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Rapporto di Amnesty International sulle armi di tortura

Di Rosario Cauchi il . Internazionale

La finanziarizzazione dei mercati, nefasta piaga capace di demolire certezze consolidatesi nel corso dei decenni, non ha risparmiato nessuno: l’incrollabile fede capitalista ha, di certo, vacillato difronte a scossoni talmente decisi da far temere il peggio. A quanto pare, però, in un contesto globale di drammatica insicurezza, non tutti i settori dell’eterogeneo mercato hanno, per così dire, traballato. Di certo non lo ha fatto, né accenna a risentire di eventuali scosse di assestamento, quello delle armi, in genere, e dei sistemi di difesa personale, più nello specifico.Non è un caso, infatti, se l’orizzonte delle grandi entità societarie nazionali sia solcato, a vele spiegate, da “Finmeccanica s.p.a.”, vera dominatrice di un settore in costante espansione.
L’azienda, guidata da un fedelissimo dei governi di centro-destra e centro-sinistra, Pier Francesco Guarguaglini, nel 2009 ha ottenuto ricavi pari a 18.176 milioni di euro, migliorando del 21% il risultato del precedente esercizio, ed un utile netto di 718 milioni di euro, superando, così, del 16% le risultanze 2008. Ma il vero potere di mercato di una società, ancora “di Stato”, con un azionista del calibro del Ministero dell’Economia e delle Finanze, detentore di una quota del 32,44%, può facilmente desumersi dall’onnipresenza della stessa: manifestatasi per il tramite delle molte controllate, tra le quali “AugustaWestland”, “Fincantieri Cantieri Navali Italiani” e “Oto Melara”, legata al gruppo “Fiat-Iveco”, detentrici, nel 2008, del 51,1% dell’intero settore della produzione nazionale di armi e mezzi di difesa.
Ed intanto il consiglio di amministrazione del gigante industriale ha annunciato, nell’ambito dell’annuale resoconto, una novità solo apparente: la definizione di un portafoglio-ordini sempre più folto, tale da raggiungere i 45.143 milioni di euro, cifra corrispondente ad almeno due anni e mezzo di intensa produzione.
Un assoluto dominatore, dunque, agevolato da un settore in espansione a dir poco inarrestabile: solo nel biennio 2007-2008, infatti, il complessivo giro d’affari in Italia ha raggiunto l’apice dei 4,2 miliardi, segnando, addirittura, una maggiorazione del 222%. Quasi a conferma di questa perdurante richiesta, giunge una nota della società, datata 11 Marzo 2010, attraverso la quale si annuncia l’ultimo, ma solo in ordine di tempo, successo conseguito da un gioiello della galassia, la “AugustaWestland”, aggiudicataria di una commessa, per complessivi 560 milioni di euro, garantita dall’Aeronautica militare indiana, interessata ad ottenere la consegna di 12 elicotteri AW101. Ma un’industria così prolifica, da molti descritta, allo stato attuale, alla stregua di vero “vanto” del made in Italy, non dipende esclusivamente dall’operato di entità dalle enormi dimensioni: fondando, invece, le proprie fortune su un tessuto, assai variegato, di piccole e medie imprese, attive ed intraprendenti.
Ovviamente quando si parla di armi ci si riferisce ad un’area, soprattutto oggi, decisamente stratificata, composta non solo da strumenti tradizionali ma, ancora, da nuovi “prodotti”, sempre più indotti dalla generalizzata “emergenza sicurezza”, talvolta generata dal terrorismo transnazionale, talaltra da un diffuso senso di rischio, oramai pervasivo all’interno di diversi strati della società civile.
Mercoledì 17 marzo, l’organizzazione internazionale, “Amnesty International”, da sempre in prima linea nella denuncia di gravi episodi di sottomissione umana, ha diffuso un rapporto, intitolato “Dalle parole alle azioni”, rivolto all’analisi di indebite strategie di mercato assunte da molteplici aziende europee, tutte attive entro gli ampi confini di questo milionario business. Cosa possono avere in comune, allora, la Georgia dell’ex “protetto” di Washington, Mikheli Saakasvili, la Cina dall’iper-sviluppo economico a tutti i costi, la Moldova, sempre più serbatoio di gruppi criminali organizzati ed il Pakistan, squassato dall’intransigenza  talebana e dalla dilagante corruzione?
Si tratta di Stati, destinatari, nel periodo ricompreso tra il 2006 ed il 2010, di diversi carichi contenenti materiale, sulla carta non esportabile, ma, in realtà, assai richiesto: decisamente idoneo, però, all’attuazione di forme, più o meno marcate, di tortura o soggiogazione umana. Anche l’Italia non si sarebbe sottratta, rappresentata, in questo particolare scambio commerciale, da cinque aziende del settore. Fra queste la milanese, “Defence System srl”, ideatrice della linea “punto sicurezza”, reclamizzata come “la soluzione più innovativa sul mercato italiano”; una gamma di prodotti, però, ben lontana dagli ordinari connotati delle classiche televendite: parliamo, infatti, di bastoni tattici, dissuasori elettrici, spray balistici.
La società di Pero viene accusata dell’esportazione, verso paesi terzi, all’interno dei cui confini vengono sistematicamente perpetrate azioni di tortura ai danni di detenuti, oppositori politici o semplici dissidenti, di strumenti portatili atti all’emissione di scariche elettriche con tensione superiore ai 10.000 volt e all’erogazione di sostanze chimiche paralizzanti. Le indicazioni presenti tra le pagine del vasto rapporto redatto da “Amnesty International” sembrano tutte condurre in direzione degli accendi gas professionali a “basso potenziale”, si fa per dire, “power 200” e “power 200 G”, capaci di erogare scosse di intensità vicina ai 200.000 volt, e alla vasta gamma di spray balistici, contenenti una soluzione “naturale” composta da estratto di oleoresin capsicum, una particolare varietà di peperoncino.
Il regolamento CE n. 1236 del 27 Giugno 2005 “relativo al commercio di determinate merci che potrebbero essere utilizzate per la pena di morte, per la tortura o per altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti”, però, impone l’obbligo di preventive autorizzazioni, in assenza delle quali, almeno tecnicamente, il profitto inerente la commercializzazione di siffatti sistemi dovrebbe subire un drastico stop. Il meccanismo inibitorio si rivela, in realtà, piuttosto fallace, consentendo alle imprese operazioni di esportazione in direzione di Stati non membri dell’Unione, anche, quindi, quelli sotto costante lente di ingrandimento, allo scopo di rifornire il personale militare dei contingenti Ue e Onu in missione: come a dire, non si permetta nessuna forma di sopruso da parte dei governi locali, ma si chiudano gli occhi di fronte ad eventuali azioni improprie condotte da militari, europei e non; ignorando, altresì, il rischio che una parte dei carichi possa deviare dalla “retta via”.
Purtroppo neanche l’attuale governo Berlusconi, sollecitato dal rapporto “Dalle parole alle azioni”, ha saputo dare spiegazioni idonee, giungendo ad ammettere la totale assenza di informazioni a sua disposizione: confessione a dir poco preoccupante se si considera che l’articolo 13 del regolamento comunitario descrive, minuziosamente, le procedure di interscambio informativo fra autorità europee e nazionali, impegnando queste ultime alla redazione di annuali rapporti, ritenuti essenziali allo scopo di tracciare, con precisione, una mappa di eventuali operazioni commerciali poste in essere da aziende operanti in questo settore.
La “Defence System srl”, del resto, non è l’unica entità economica nostrana richiamata dal rapporto, affiancata, inoltre, dalla bolzanina, “Josef Stifter s.a.s./KG”, dalla romana, “Armeria Frinchillucci”, dalla vicentina, “Access Group srl” e dalla viterbese, “Psa srl”, quest’ultima, addirittura, ritenuta responsabile della vendita, anche in favore degli Stati “della tortura”, di cin
ture elettriche idonee all’emissione di scariche superiori alla portata di 10.000 volt, sottoposte ad un totale divieto di importazione ed esportazione. Tutte le imprese citate hanno goduto, e continuano a godere, di risultati a dir poco rosei, tanto da consentire alle stesse una maggiore, e sempre più diffusa, diversificazione del “core business”, inglobando attività collaterali, con in testa quella dei corsi di formazione ed addestramento e dei viaggi guidati, tra i più gettonati il tour di caccia in Argentina, cavallo di battaglia dell’ “Armeria Frinchillucci” di Roma. Mentre i casi di tortura in Afghanistan, Cina, Pakistan, Moldova, Georgia, solo per citare alcuni esempi, non si arrestano ed il mercato mondiale delle armi a questa rivolte, nell’ultimo quinquennio, ha ampliato la sua portata del 22%, gli amministratori delle aziende chiamate in causa hanno immediatamente smentito ogni addebito: del resto, come si evince dalle rispettive ferree difese, “i nostri prodotti non sono armi perché sono tali gli oggetti e le sostanze che nascono per recare danno alle persone ed i nostri non ne arrecano alcuno, al contempo, però, non si cita mai il diritto di ognuno a difendersi dall’offesa patita”.
Chissà cosa potranno pensarne i “clienti” delle carceri segrete afghane e pakistane o i dissidenti politici cinesi: forse anche costoro prima di soccombere avranno tentato di difendersi. 

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