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Carlo Smuraglia, un amico e un riferimento

Vito D’Ambrosio il . Cultura, Diritti, Giustizia, Istituzioni, Memoria, Politica

Una amica “diversamente giovane” mi ha detto, una volta “capirai che stai invecchiando quando, guardandoti intorno, non vedrai più alcuni amici, più o meno tuoi coetanei. Allora ti renderai conto che dovrai rendere testimonianza anche per loro”.

Ho capito quanto avesse ragione proprio in questi giorni quando un destino strano ha fatto scomparire, dall’elenco dei miei amici, due grandi figure, che per anni mi hanno onorato di amicizia, simpatia e apprezzamento, non so quanto meritato. Valerio Onida, infatti, e Carlo Smuraglia sono morti a distanza di pochi giorni (Valerio il 14 maggio e Carlo ieri, 31 maggio), facendomi misurare il peso degli anni. Di Valerio mi riservo di scrivere nel futuro prossimo, di Carlo, invece, voglio fissare qualche ricordo oggi, poche ore dopo la sua scomparsa, nella giornata particolare della festa della Repubblica.

Ho incontrato Carlo Smuraglia ad una cena in casa di amici, a Milano, quando, eletto nelle liste del PCI, ricopriva la carica di Presidente del Consiglio Regionale. Non lo conoscevo ancora personalmente, ma conoscevo bene, e apprezzavo,  le sue riflessioni ed approfondimenti in materie di diritto del lavoro, che insegnava all’Università di Milano. Mi stupì il suo spigliato umorismo, la sua affabilità, la sua “leggerezza” e così diventai suo amico da quella sera, negli anni settanta. Nei tempi successivi non ci “perdemmo di vista”, sentendoci qualche volta, ed incontrandoci più raramente. Grande e lieta fu la mia sorpresa quando me lo ritrovai al Consiglio Superiore della Magistratura, eletto dal Parlamento, una esperienza quadriennale che cementò la nostra amicizia; Carlo per poco non fu eletto al vertice del Consiglio (ed io mi ci ero impegnato assai), ma diventò, da subito, l’alter ego del vicepresidente Cesare Mirabelli, con la sua autorevolezza, la pacatezza dei suoi interventi, sempre lucidi, sempre schierati in favore delle tesi e delle decisioni più aperte, sempre appassionato quando erano in gioco principi e persone che incarnavano i valori della Costituzione, quella Costituzione davvero nel suo cuore, come, anni dopo, si intitolò un piccolo, ma nella sostanza grande, libro, “Con la Costituzione nel cuore”,  una biografia politica, culturale, professionale, nella forma di un’intervista.

L’occasione di una sintonia totale di posizioni e di motivazioni fu la vicenda che vide la sconfitta di Giovanni Falcone, amico di entrambi: a Falcone fu incredibilmente preferito, come capo dell’ufficio istruzione di Palermo, un magistrato più anziano di lui, ma che della mafia si era occupato poco o niente, e che infatti pose rapidamente fine alla novità del suo predecessore, il consigliere Caponnetto, il quale aveva intuito come soltanto un lavoro di squadra, in pool, sarebbe stato in grado di opporsi efficacemente alla crescita del fenomeno mafioso, non soltanto in Sicilia. Ed infatti il “frutto” più cospicuo di quel tipo di indagine collettiva era stato un grandioso processo, il maxi processo per antonomasia, mezzo milione di pagine che rinviarono a giudizio più di 400 soggetti, figuranti e protagonisti di una spietata “guerra di mafia” che , stabilì, dopo centinaia di omicidi, il predominio della nuova “mafia” di Corleone su quella tradizionale palermitana. E del maxi processo, dopo alterne vicende giudiziarie, si occupò infine la Cassazione, approvando definitivamente il cosiddetto “ teorema Buscetta”, che rivelò a Falcone le modalità di organizzazione e funzionamento della Cupola mafiosa, grande e sanguinario consiglio di amministrazione, che decideva le questioni più importanti, facendo eseguire immediatamente quella sua specie di “sentenze” (del processo in Cassazione fui testimone personale, avendo fatto parte del “collegio accusatorio” formato da tre magistrati, decisione mai adottata né prima, né dopo quella vicenda).

La nostra sconfitta rimase come tramite tra noi, i dieci componenti del Consiglio che avevano votato per Falcone, ma ancora di più fu un ponte incrollabile e speciale tra me e Smuraglia, che continuammo a restare amici anche dopo l’esperienza in Consiglio, lui al Senato, io in prestito alla politica come Presidente della giunta regionale delle Marche. Lui esponente di spicco del PCI, nella sue successive trasformazione, fino all’ultima, il PD, che Carlo abbandonò senza esitazioni. Finite le nostre esperienze politiche, fui sorpreso da una sua telefonata che mi convocava a Roma per lavorare, con un piccolo gruppo di sua scelta e fiducia, alla stesura di un testo, con il quale tentammo di fornire argomenti solidi, e semplici, al movimento antifascista coagulato nell’ANPI, del quale Carlo era stato presidente a lungo, e rimase presidente onorario, unica sua concessione a chi voleva fargli proseguire quella l’esperienza. Così nacque, a lungo curato da Smuraglia, quel testo “Antifascismo quotidiano”, che non si è riusciti a presentare pubblicamente perché edito in piena pandemia, ma che, dopo una introduzione ampia ha approfondito “strumenti molto importanti al fine del raggiungimento di risultati concreti. Strumenti di tipo istituzionale –leggi, sentenze ed argomenti- che… vanno conosciuti e utilizzati non solo dagli esperti, ma dai cittadini che intendono reagire agli atti di di arroganza e di violenza, con cui si cerca di riportarci indietro nel tempo, magari riproducendo situazioni che costate moltissimo al Paese, non solo sul piano economico ma anche e soprattutto sul piano umano”(Dalla “Introduzione” di Carlo Smuraglia, che fornì anche alcuni significativi e puntuali contributi).

Il mio amico aveva alcune caratteristiche, che hanno rafforzato  sempre più la mia amicizia. Tra queste una sua “intrepidezza civile”, per così dire, che sceglieva sempre strade diritte, mai nascondendosi “prudentemente”, come altri avrebbero fatto, ed hanno fatto. Per tutte due esempi: la sua scelta partitica rapida e definitiva, con abbandono della “vecchia casa”, il PCI trasformato in PD, motivata da Smuraglia con l’inaccettabilità, per lui, di alcune trasformazione profonde in senso assai diverso da quello delle origini. Ancora. Voglio ricordare la sua posizione su una questione che tanto ha diviso soggetti e associazioni, quella della vicinanza all’Ukraina nella sua resistenza alla brutale e inspiegabile aggressione da parte della Federazione russa. Sulla fornitura o meno di armi a quel Paese, Smuraglia assunse una limpida posizione, in difformità anche di quelle di una buona parte della sua ANPI. In una intervista televisiva, a specifica domanda, rispose che non era possibile restare accanto ad una Paese così ferocemente aggredito senza fornirgli anche le armi necessarie per la sua resistenza; proprio alla Resistenza fece riferimento, ricordando l’entusiasmo con il quale le formazioni partigiane accoglievano i pacchi, piovuti da aerei amici e contenenti le armi,  indispensabili per resistere. E, mentre parlava, vedevo accendersi, sulla sua faccia lunga e magra, quella espressione negli e degli occhi, vivacissimi, che avevo notato tante volte nella sedute del CSM, quando si profilavano posizioni troppo distanti dalle sue.

Carlo non era solo un politico , un docente, un avvocato di valore, sempre impegnato nella difesa dei principi della Costituzione. Come prova dei suoi molteplici interessi, mi piace ricordare anche la sua passione musicale: appena trasferito a Roma, si era abbonato ai concerti di Santa Cecilia, conservando quello alla Scala. E per merito suo conobbi e visitai quel museo speciale nato dalla collocazione di marmi romani tra le macchine della ex Centrale elettrica Meomartini.

Smuraglia aveva indubbiamente una sua “scorza” dura, poco elastica, che sembrava consentire soltanto colloqui seri, confronti politici, anche serrati, ammirazione, ma certo  nessuna “scivolata” su terreni più intimi, più distaccati da quello della ragione; ma non era così. Più  volte mi è capitato che, in uno dei nostri incontri, improvvisamente e del tutto inaspettatamente facesse capolino, un “lampo” di tenerezza, di umanità profonda, che non durava a lungo, ma illuminava  la persona di Smuraglia pure nel suo profilo interno. Una “tenerezza seria” direi, ,quasi pudica, ma forte della sua debolezza. Quando ,nel parlare di uno dei suoi figli che gli dava preoccupazione per la preferenza del gioco del pallone rispetto all’impegno dello studio, gli scappava, ad un certo punto, la qualifica “lazzarone”, sentivi che in quel termine, sicuramente più negativo nella tradizione meneghina rispetto a quella italiana, risuonava anche la strana, nascosta, ma ben presente tenerezza “paterna” che a volte ci lega a quello, dei nostri figli, che più ci preoccupa. E quando, tanti anni dopo, mi chiese di collocare un suo intervento politico, in una manifestazione dell’Anpi nella sua città natale, Ancona, in un orario per lui certamente scomodo, bloccai il mio tentativo di convincerlo a restare anche la notte, invece di strapazzarsi per tornare a Milano, quando mi chiarì che non se la sentiva di lasciare sola di notte, sua moglie Enrica – la “Chicca” per lui – a causa di forti, preoccupanti e ancora non chiariti sbalzi di pressione.

Io sapevo molto poco della sua vita, lontano dalle luci dell’ affascinante protagonismo intellettuale, eppure, con l’approfondirsi della nostra amicizia, qualche volta – sempre poche – ricordava appunto la nascita del suo rapporto con la Chicca, con la quale e per la quale si trasferì sollecitamente da Pisa a Milano. Così come mi raccontava, sempre con accenni asciutti, l’atmosfera dei suoi soggiorni estivi in qualche isola greca, soggiorni appesantiti dalla decisione di portarsi a rimorchio un gommone a motore, eppure vissuti in piena libertà.

Ci saremo scambiati, nei quasi cinquanta anni della nostra amicizia, una decina di abbracci, non di più, ma quei contatti fisici, prolungamento spontaneo di strette di mano molto calorose, erano sempre carichi di significato, ci facevano certi che il nostro “rapporto” conservava intatto il suo valore.

Di più non mi sento di dire, perché rischierei di sfiorare il campo scivoloso della retorica, da lui sempre aborrito, anche quando ricordava la sua esperienza di partigiano, che, diceva sempre, aveva acquistato il significato e il valore di una “svolta profonda” nell’Italia di allora, quando si era trasformata da insieme di esperienze “parziali e personali” a tessera di un mosaico composto con il contributo appassionato di tanti.

Di Carlo si potrebbero ricordare tante altre cose, ma mi piace concentrare tutto nella sua qualità di insostituibile punto di riferimento umano, politico e culturale, che mi ha arricchito con la sua amicizia. Davvero uno degli ultimi testimoni di un’epoca, e di un’esperienza, che inserirono il nostro Paese nell’atmosfera, sempre vivace e mai piatta, della democrazia.

Riposa tranquillo, amico mio.

Nel mio piccolo cercherò di diventare testimone anche per te, e di te.

Ancona 2 giugno 2022, Festa della Repubblica

Fonte: Giustizia Insieme

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