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Delitti (e processi) in prima pagina

Nello Rossi * il . Giustizia, Informazione, Politica, Società

Il libro di Edmondo Bruti Liberati sulla giustizia nella società dell’informazione

Un modesto avvertimento ai lettori

I lettori delle cose di giustizia, ed in particolare i lettori di questa Rivista, potrebbero pensare che l’ultimo libro di Edmondo Bruti Liberati, Delitti in prima pagina. La giustizia nella società dell’informazione (Milano, Raffaello Cortina Editore, 2022), possa riservare loro poche novità e poche sorprese.

I teorici e gli operatori del diritto sanno da tempo, e molto bene, quanto il loro lavoro sia immerso e contaminato – talora con effetti positivi, talora con risultati stravolgenti- nel flusso delle informazioni fornite dai media all’opinione pubblica.

E, nel suo piccolo, Questione Giustizia ha dedicato negli anni grande e crescente attenzione, a questo campo di pensieri e di problemi.

Ciò tanto nella lunga serie di scritti apparsi sulla Rivista on line, che hanno puntualmente seguito l’evoluzione della relazione giustizia- informazione sino agli ultimi approdi del decreto sulla presunzione di innocenza, quanto nell’Obiettivo monografico del n. 4/2018 della Trimestrale, intitolato Il dovere della comunicazione, affidato alle cure congiunte di una giornalista, Donatella Stasio, e di una magistrata, Ezia Maccora.

Diciamolo subito: nonostante il peso, l’accumulo ed il valore delle passate riflessioni, sbaglierebbero di grosso i lettori che si avvicinassero al libro di Bruti con l’atteggiamento “supponente” di chi ha poco o niente da imparare e da capire.

Con il suo duplice registro, storico- narrativo e giuridico, il libro può essere letto con interesse e vivo piacere da un vasto pubblico di lettori colti e da una più ristretta platea di tecnici del diritto, parlando agli uni e agli altri e fornendo loro informazioni preziose e originali chiavi di lettura.

Ne è primo e diretto testimone chi scrive, che, dopo aver scorso le prime pagine del volume, è stato come sospinto a progredire nella lettura, tenendo ben stretto in mano il filo offerto dall’autore per orientarsi nel complicato labirinto dei rapporti antichi e recenti tra la giustizia e le forme della sua narrazione.

Di qui la scelta del recensore di ignorare il noto insegnamento di Oscar Wilde «Non leggo mai libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato».

E di qui, anche, l’accantonamento del livre de chevet di Pierre Bayard «Come parlare di un libro senza averlo mai letto» che, nel suo folgorante sottotitolo, ammonisce «Evita di entrare nei dettagli; metti da parte il pensiero razionale; lascia che sia il subconscio a esprimere la relazione privata tra te e l’opera in esame».

Il libro di Edmondo Bruti si può e si deve leggere, con attenzione, con lentezza oltre che con gusto.

Apprezzando la freschezza e la vivacità del narratore nella parte iniziale del volume, nella quale si ripercorrono le tappe evolutive dell’informazione sulla giustizia sulla scorta dei dibattimenti celebri del passato, delle spesso feroci cronache giudiziarie che si sono susseguite dagli anni sessanta in poi, della progressiva compenetrazione tra televisione e realtà giudiziaria.

E ritrovando, nella seconda parte dell’opera, il rigore del giurista che espone, nella colta e ricca lingua comune (gli inglesi direbbero in plain English), i temi e problemi spinosi dei delitti, dei processi e del racconto degli uni e degli altri.

Delitti e processi sulla carta stampata…

Nei capitoli iniziali è descritta, con rapide pennellate, la nascita della stampa giudiziaria e della cronaca nera in Francia, New England e Inghilterra ed è rievocata la letteratura delle Corti di Assise francesi ed italiane nella quale trovano posto le firme di grandi letterati come Zola, Gide, Stendhal e Carducci.

Nel nostro Paese il crescendo di questo particolare genere di giornalismo giunge a un suo primo culmine nel caso Murri (1905) scandito dai ritratti grand guignol dei suoi protagonisti e specialmente della protagonista femminile, Linda Murri, rappresentata come «donna…meravigliosamente criminosa, un’anima senza luce; né come signorina, né come moglie, né come madre». Toni crudi e veementi che suscitano la reazione di molti intellettuali, tra cui Benedetto Croce e Giovanni Pascoli, che, in un appello alla vigilia del processo, rivolgono alla «stampa più illuminata» un accorato invito a ridurre al minimo «la cronaca del male e del delitto».

Ma la tendenza al sensazionalismo è destinata a proseguire, inarrestabile.

Il libro documenta come essa decreti il successo di testate giornalistiche come La Notte di Nino Nutrizio e coinvolga intellettuali prestigiosi come Dino Buzzati.

Chi conosce ed ama lo scrittore raffinato del Deserto dei Tartari o di Un amore, libri di atmosfere rarefatte e di personaggi ripiegati su se stessi, non può evitare un sussulto di sorpresa nel rileggere la prosa “nera” di Buzzati nel caso di Rina Fort, autrice di un delitto orribile, rappresentata come la «belva in gabbia»; sorpresa solo temperata dal progressivo mutamento di toni del Buzzati giornalista di nera che, nel caso Fenaroli, è costretto a misurare «la profondità nera dell’ergastolo» e a confrontarsi con essa.

Di questa e di molte altre scoperte della memoria tratte dalle emeroteche, dai libri di storia e di diritto siamo debitori all’autore che si muove con agilità tra il passato più remoto e le cronache più recenti mettendo in mostra, con sguardo critico, gli eccessi della giustizia spettacolo; sino alla goffaggine di Ministri all’aeroporto in attesa dell’arrivo di un terrorista estradato o alla crudeltà burocratica degli imputati in manette esibiti alle telecamere.

…e in televisione

La televisione appunto. Il primo dei grandi media ad affiancare con sistematicità la carta stampata e ad instaurare con il processo un “rapporto biunivoco” da Bruti accuratamente illustrato.

Dapprima l’ingresso della “televisione nel processo”, con la produzione di un falso effetto verità realizzato attraverso i tagli e i sapienti montaggi delle sequenze processuali che trasformano il processo in spettacolo veloce, incalzante, fruibile dagli spettatori.

E, in una fase successiva, l’ulteriore salto di qualità del “processo in televisione”.

Spettacolo talora anticipato rispetto al processo reale, talora successivo ad esso, ma costantemente mimato sulla sua struttura, grazie all’uso di plastici raffiguranti i luoghi del delitto, alla presenza in studio dei parenti delle vittime, alle testimonianze in diretta sempre presentate come nuove e sconvolgenti ed al coinvolgimento di esperti di varia natura (psicologi, criminologi, persino magistrati, incuranti delle previsioni del codice etico che li invitava ad astenersi da comparsate televisive aventi l’effetto di avvalorare impropriamente le più spregiudicate finzioni).

Entra in campo il giurista e lo studioso della magistratura

Da qui in poi, come si è già accennato, torna più direttamente in campo il giurista che pone sotto la lente di osservazione le fughe di notizie, le pubblicazioni indebite di atti, i video dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e della tragedia del Mottarone, interrogandosi con acume sui confini tra pubblicità e segreto nella fase delle indagini e in quella del processo.

Ma il giurista è prima di tutto un magistrato, che è stato protagonista della vita della magistratura e ne è poi divenuto uno storico.

E questo spiega l’ampio spazio dedicato alla riflessione, critica e propositiva al tempo stesso, sul modo in cui i magistrati, divenuti anch’essi attori della comunicazione, si muovono sulla scena pubblica per esprimere le loro opinioni, per assolvere al dovere di informare, per rendere conto delle scelte compiute.

Sottesa all’esame dei punti problematici affrontati sta la consapevolezza dei valori in gioco nel triangolo periglioso che unisce i tre punti diversi del “delitto”, del “processo” e della loro “rappresentazione” ormai non più solo affidata alle parole.

Un triangolo che, sull’onda degli stimoli ricevuti dal libro, chi scrive cerca a sua volta di sintetizzare.

Il delitto è l’atto umano che suscita nella collettività le più intense emozioni e le più vive reazioni: dalla generica curiosità, all’attrazione morbosa sino all’orrore ed alla più assoluta ripulsa.

Il processo è lo stampo nel quale la materia incandescente del delitto è versata per poter essere trattata in forme e tempi predeterminati e con metodi di ragione.

Ed infatti la storia del processo in epoca moderna è contrassegnata in tutti i suoi aspetti dallo sforzo di progressivo distanziamento del giudizio dalle tensioni e delle passioni suscitate dal delitto.

Il venir meno dell’accusa privata, sostituita da un organo pubblico; l’affermarsi del diritto di tutti a una difesa professionale; la cura nel garantire l’imparzialità del giudice, sia esso un collegio di pari dell’accusato o un magistrato professionale; il rito, con i suoi tempi e le sue forme: tutti questi elementi attestano l’aspirazione a rendere il processo una sorta di camera di raffreddamento, nella quale la ricostruzione dei fatti e il contrapporsi delle argomentazioni possano svolgersi in un ambiente razionale senza essere “troppo” condizionati dal magma di pulsioni suscitate dal delitto.

Quest’opera indispensabile di incivilimento del processo può essere favorita o compromessa dal terzo attore presente sulla scena, sostenuta o contraddetta dallo sguardo dell’osservatore che segue e descrive procedimenti e processi.

Se la pubblicità del processo è da sempre essenziale garanzia della sua correttezza, una informazione fedele ed equilibrata può esaltare tale dimensione di controllo collettivo, facendola vivere nelle forme della modernità e coinvolgendo una platea enormemente più ampia del pubblico presente in un’aula di giustizia.

Ma se diventa pregiudiziale, alterata e stridula, la voce dei media può anche unirsi e confondersi alle voci della folla che invoca una giustizia sbrigativa e sommaria ed il linciaggio, ieri fisico ed oggi mediatico, di chi siede sul banco degli accusati o, all’opposto, la damnatio di chi il processo lo ha istruito ed è investito del compito di giudicare.

Naturalmente tra questi due estremi c’è una infinita varietà di gradazioni e una vasta gamma di comportamenti possibili e desiderabili di quanti, facendo informazione, interagiscono con il processo.

Per questo non è sufficiente regolare il processo ma occorre anche salvaguardarne e disciplinarne il racconto; facendo ricorso ai principi scolpiti nelle costituzioni, a specifiche norme di legge, alle regole deontologiche, su cui l’autore si sofferma con competenza ma senza mai far ricorso ad astrusi tecnicismi, tenendo insieme il racconto dei fatti e l’analisi della funzione insostituibile e delle dannose cadute dell’informazione sul giudiziario.

La dignità delle persone

E’ utile fermarsi a questo punto, dal momento che non è possibile né sarebbe opportuno esporre troppo analiticamente i passaggi di un libro che merita di essere scoperto dai lettori.

Vale però la pena di ricordare la chiusa del volume nella quale si pone in luce come, nel rapporto difficile e complicato tra informazione e giustizia, c’è una nitida e luminosa stella polare capace di orientare la navigazione: la dignità della persona.

Se la giustizia ha il dovere di non tacere nulla dei fatti, della loro perfidia, della loro crudeltà la dignità della persona reclama che non si imbocchi, sia nel fare il processo che nel narrarlo, la scorciatoia dei sostantivi e degli aggettivi che marchiano indelebilmente e senza appello l’accusato.

Pur nella diversità dei ruoli – ci ricorda l’autore – questa semplice regola accomuna nello stesso dovere chi accusa, chi giudica e chi informa, intellettuali chiamati ad operare in partibus infidelium con professionalità, scrupolo di verità ma senza smarrire mai il rispetto e l’umana compassione verso le persone.

* Direttore di Questione Giustizia

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