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Sparatoria durante la cattura, muore il boss mafioso Emmanuello

Tratto da Repubblica.it il . Rassegne

ENNA – Ucciso dalla polizia il boss latitante di Gela, Daniele Emmanuello. L’uomo, 43 anni, ricercato dal 1996 per associazione mafiosa, traffico di droga e omicidi, è morto stamane, colpito da due proiettili sparati da uno degli agenti che stavano cercando di catturarlo in un casolare nelle campagne dell’ennese, nel quale si era rifugiato.

Gli inquirenti dicono che i colpi d’arma da fuoco, sette in tutto, sono stati sparati “in aria”, e solo dopo avere intimato più volte all’uomo ‘fermo, polizia’. Emmanuello, però, con il pigiama addosso, ha scavalcato la finestra tentando di fuggire. “A questo punto – dicono gli investigatori – i poliziotti hanno sparato”. Un paio di proiettili hanno raggiunto il boss, uno alla nuca.

“Era giusto che lo prendessero – ammette la vedova del boss, Virginia Di Fede – ma non che lo uccidessero. Mio marito non era armato, ma qualcuno lo ha dipinto come un lupo feroce, invece, non l’ho mai visto trattare male qualcuno. Non credo nella giustizia e non ne so nulla della mafia”. “Mio marito scappava perché lo perseguitavano. Tutta la sua famiglia è perseguitata”, afferma la donna. Quarantadue anni, nullatenente, nel 2006 Virginia Di Fede venne licenziata dal comune di Gela dove lavorava come precaria. Era stata assegnata al servizio di assistenza domiciliare agli anziani, ma era stata trasferita a lavori d’ufficio presso l’assessorato all’ecologia, grazie a un certificato medico che attestava l’inabilità a quel tipo di lavoro a causa di dolori articolari a un braccio.

La magistratura ha aperto un’indagine sulla sparatoria di stamane. “Gli agenti della squadra mobile di Caltanissetta sono riusciti nel loro compito di individuare il covo del latitante nel tentativo di arrestarlo. Per il resto – ha commentato il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso – si dovranno accertare i fatti per fare piena luce sulla vicenda”.

Emmanuello era inserito nella lista dei dieci ricercati più pericolosi del ministero degli Interni. La sua latitanza era iniziata dopo la cattura dei reggenti dell’epoca, ed era coincisa con la sua ascesa ai vertici di Cosa Nostra in provincia di Caltanissetta. Con i suoi fratelli, Nunzio, Davide e Alessandro, tutti attualmente in carcere, aveva infatti costruito uno dei clan più potenti e organizzati della Sicilia sud-orientale, tanto da avere rapporti diretti con i principali capimafia di Catania e Palermo.

Un boss di primo piano, secondo gli investigatori di polizia e carabinieri che gli davano la caccia da 11 anni e che già in un’occasione, all’inizio del 2007, erano riusciti ad arrivare vicini alla sua cattura, sempre nelle campagne ennesi. Emmanuello era stato anche accusato di essere uno dei carcerieri del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio dodicenne del pentito Santino Di Matteo, strangolato e poi gettato nell’acido nel gennaio 1996.

(3 dicembre 2007)

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