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Storia di potere, non di ribelli. La mafia raccontata come si deve già nel 1964

Nando dalla Chiesa il . Cultura, Mafie, Politica, Sicilia, Società

Ci sono molti modi di fare giustizia. Anche quello di ammettere un torto. Magari esercitato collettivamente, ma con una indiscutibile responsabilità personale. È quello che farò in queste “Storie italiane”.

E partirò da un libro che ha fatto misteriosamente capolino, di recente, sugli scaffali della mia libreria. Non perché sia d’improvviso comparso o ricomparso tra i volumi che disordinatamente li occupano, accostati o impilati. Il libro non si è mai mosso. Semplicemente io non gli ho mai badato benché fosse in bella vista proprio sui bordi di uno scaffale, praticamente all’ altezza delle spalle. Tra quelli di maggior valore perché più antichi e meno reperibili in commercio.

È un libro dalla copertina spessa e chiara, si potrebbe dire (ma non sono un tecnico) un semi-cartonato. Titolo in rosso: L’opposizione mafiosa (1870-1882). Sottotitolo: Baroni e mafia contro lo Stato liberale. Casa editrice, la storica e prestigiosa libreria Flaccovio di Palermo. Edizione del 1964. Autore un giovane storico di allora, Giuseppe Carlo Marino. Il titolo è compreso tra due segni che appaiono a ferro di cavallo, uno color rosso e uno color nero. Non un design strepitoso, però qualcosa, una macchia diciamo, che suscita e ferma l’attenzione.

Rivedo l’anno, vedo il modo in cui Marino viene presentato al pubblico dal prefatore, Luigi Lotti. Spicca il tentativo di accreditare l’autore come “diverso” da quelle decine di politicanti e strumentalizzatori che parlano di mafia tra un’invenzione e l’altra. Diverso da quei finti studiosi che usano un argomento tanto corrivo per procurarsi facile fama, al solo fine di stupire e scandalizzare. Lui sì che ha solidi appigli documentali, ed è frutto di fatiche scientifiche.

Insomma, il libro esce giocando in difesa, diversamente da quanto accade nei tempi odierni, in cui il classico nuovo libro sulla mafia gioca d’attacco alla grande (“tutto quello che vorreste sapere”, “mafia e potere”, “quinto livello”, ecc.). Un bel termometro dei cambiamenti culturali. Rigiro le pagine e non capisco perché esse siano per me così lontane, lette chissà quando e in che modo. Forse perché il periodo a cui si riferisce unito al titolo mi ha fatto pensare al brigantaggio. E io, lo confesso, ho una certa allergia per quella letteratura ormai ammuffita che vorrebbe associare il brigantaggio alla mafia.

Il fatto è che il libro, benché scritto da un giovane studioso, spiega bene proprio la natura di potere della mafia, e la capacità di quest’ultima di guidare i processi politici, di mettersi all’opposizione dello Stato liberale.

Insomma, nel ’64 era un libro innovativo, che metteva la mafia là dove deve stare: non tra i ribelli ma tra i maneggi di potere. Così, ripensando ai dibattiti, ai vuoti di conoscenza e a tanto altro ancora, mi chiedo come mai quel libro non abbia avuto una vita un poco più fortunata.

Perché non sia praticamente citato nelle bibliografie, quando sappiamo bene che non essere citati è oggi un giudizio di qualità a prescindere. Mi interrogo ancora perché nelle bibliografie “ragionate” di noi studiosi esso non ci sia, nemmeno per intelligenza a posteriori, visto che l’autore ha poi nel tempo scritto opere storiche di un certo rilievo e sempre con molta indipendenza.

Mi faccio domande, ancora, sulla logica delle nostre citazioni, frutto di una accumulazione spesso casuale di titoli e di valutazioni di seconda o terza mano, dove il titolo decide non l’argomento ma proprio il contenuto teorico. Ripenso ai blocchi di autori che vanno in automatico, e che le nuove generazioni accolgono acriticamente o comunque inconsapevolmente.

Perché certi libri escano dai nostri orizzonti, destinati all’oblio, forse perché usciti “troppo prima” del momento giusto. Bisognerebbe sempre sorvegliare il fondamento e la qualità delle bibliografie, soprattutto oggi che la ricerca procede per parole chiave (chi pescherebbe mai “Il cigno” di Vassalli sull’omicidio Notarbartolo?).

Alla fine decido che il primo a dovere essere risarcito è proprio il professor Carlo Marino, che ho avuto la ventura di incontrare una sola volta nella vita. Scusi, professore.

Storie Italiane, Il Fatto Quotidiano, 19/02/2024

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