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Messico, le sabbie mobili del sistema narcos

Di Stefano Fantino il . Internazionale



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Ciudad Juarez come Beirut. Se fossimo
negli anni Ottanta il paragone con la capitale libanese, già tirato
in ballo nella Palermo delle guerre di mafia, non sarebbe certamente
fuori luogo. Con il piccolo particolare che la situazione messicana
vive di tante Beirut, in un perenne stato di assedio che, dal 2006
non vede mai la fine di quella che è una terribile escalation di
violenze. A giocare questa sanguinaria partita tanti attori, troppo
spesso gli uni contro gli altri senza aver la reale percezione di
quali siano gli effettivi in gioco e gli schieramenti in lotta. I
narcos certamente, ma con le mille rivalità, alleanze e defezioni
che ultimamente ne hanno penetrato il tessuto criminale; la polizia
locale, troppo spesso macchiata di episodi di corruzione e vicinanza
verso coloro i quali dovrebbe combattere; infine l’esercito federale
spedito in pompa magna da Felipe Calderon a sedare una situazione che
sembra ormai fuori controllo. Senza dimenticare l’interesse degli
Stati Uniti, vicini di casa, lungo un confine miniera d’oro per i
traffici dei narcos, e da tempo impegnati, con alterni risultati, a
dare supporto logistico alla lotta federale.

Narcos, oltre il limite

Sembra difficile in un quadro così
affollato tracciare linee generali per uscire da questo gorgo; alzare
il tiro è la più consueta delle tendenze. Ne è testimonianza
l’ultima grave notizia che da Ciudad Juarez ha fatto il giro del
globo: i narcos che fanno saltare un’autobomba imbottita di plastico,
inaugurando nuove strategie, oltrepassando ancora una volta il
limite. Tre agenti sono morti e negli scontri successivi altre
dodici persone tra narcotrafficanti e agenti hanno perso la vita. La
paura degli inquirenti è che il plastico, che risulta parte di un
ingente furto messo a segno ai danni di un impianto minerario, possa
essere riutilizzato per altre eclatanti dimostrazioni di forza. A
orchestrare l’attentato sarebbe, sempre per chi conduce le indagini,
il gruppo militare conosciuto come “La Linea”, sorta di braccio
militare al soldo del cartello di Juarez. L’obiettivo? Una ritorsione
nei confronti dell’arresto di uno dei loro leader, Jesus Armando
Acosta Guerrero, avvenuta pochi giorni prima. Ma c’è dell’altro.
Nelle prime ore è corsa sottotraccia, poi progressivamente ha avuto
spazio pubblico la reale motivazione sottesa al gesto. Un
avvertimento che porterà a nuovi attentati qualora Fbi e Dea,
l’antidroga americana, non la smettano di seguire l’indagine sul
caso, evitando così di concentrarsi sul reale problema: la
corruzione della polizia messicana. Narcos impazziti? Assolutamente
no. Il riferimento, peraltro non nuovo, è ai presunti vantaggi che
la polizia e anche i federali concederebbe al cartello rivale di
Sinaloa, una sorta di occhio chiuso che permette minori raid, meno
arresti, danneggiando invece seriamente le famiglie rivali. Una
polemica che investe anche la politica, e seppur respinta duramente
da Calderon, non fa che destabilizzare un’area già rovente. Sono
anni infatti che il “corridoio di Juarez”, al confine con gli Usa
viene conteso tra i vari cartelli. Ora anche con la minaccia di
ritorsioni, con ipotizzati favori, tramite la corruzione.

Usa, paura al confine

E mentre il Messico assiste impassibile
alla gratuità della violenza più folle, parlano da soli i
diciassette ragazzi morti per mano narcos in un locale notturno, non
possono che affastellarsi milioni di dubbi nelle menti di chi,
obbligatoriamente, vive vicino a questa polveriera. Gli Usa, da tempo
incondizionatamente fedeli alla linea Calderon, disposti a offrire
equipaggio per la lotta ai narcos, nonché a rivedere la loro
politica di base (“se c’è traffico di droga significa che c’è
richiesta, anche in Usa”, disse Hilary Clinton) sembrano ora una
falange con le lance spuntate. E nei quattro stati prossimi al
Messico, California, Arizona, New Mexico e Texas, l’amministrazione a
stelle e strisce sta blindando le frontiere disponendo milleduecento
militari al confine. E proprio in questi giorni una notizia battuta
da diverse agenzie ha confermato lo stato di tensione al confine. In
California, i paramilitari Los Zetas, da poco autonomi dai cartelli,
hanno lanciato una campagna di reclutamento trai giovani ispanici che
escono dalle prigioni, per utilizzarli come copertura militare in Usa
o come sicari al di là del confine. In Messico è difficile
ipotizzare un cambiamento di rotta rapido: la risposta militare,
l’arresto di grandi capi non ha visto che crescere altri gruppi (i
paramilitari Los Zetas e La Familia, ad esempio). La necessità di un
cambio nell’amministrazione della giustizia potrebbe essere una
carta: il paese è infatti in una fase di transizione verso un
sistema giuridico prevalentemente accusatorio e sta rivedendo
l’impianto del sistema giudiziario. Forse un attacco mirato ai beni
dei narcos, al denaro, centro del loro potere potrebbe essere
qualcosa di più che una tra le tante ipotesi strategiche per un
cambiamento vero nel contrasto alla loro forza.

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