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Non c’è posto per Paolo Borsellino

Lorenzo Baldo * il . Corruzione, Giovani, Giustizia, Istituzioni, Mafie, Memoria, Sicilia

È un dolore che stringe il cuore in una morsa, quello di Flora Agostino. Il dolore dell’assenza di un padre amatissimo, Vincenzo Agostino. Che è stato un punto fermo nella propria vita. E che adesso manca come l’aria.

Le parole di questa donna stentano a liberarsi nell’aria, si infrangono sugli scogli della sua anima ferita. E il suo dolore va dritto come una freccia a colpire chiunque si trovi in via d’Amelio in quel momento.

Il cratere che nel ’92 ha inghiottito le vite di Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina e Claudio Traina è come se fosse ancora lì, sotto quell’albero di ulivo proveniente da Betlemme, piantumato un anno dopo la strage.

In quel cratere oggi si muovono le trame più striscianti di un sistema di potere che respinge con forza chi cerca la verità, che si appresta a sferrare colpo su colpo, con ogni mezzo.

Che si traduce anche attraverso la mistificazione più becera del senso profondo dell’anniversario della strage di via d’Amelio. Una mistificazione che non guarda in faccia a nessuno. E che si concretizza – più o meno consapevolmente da parte di coloro che si fanno portatori di questa metodologia – attraverso sterili commemorazioni di pura retorica, in totale spregio dei familiari delle vittime di mafia e della parte sana di questo paese.

Non stupiscono quindi le varie manifestazioni della Fondazione Falcone nelle quali le analisi sui mandanti esterni delle stragi del ’92 e del ’93 vengono tenute ben lontane: meglio dare la precedenza a patrocini istituzionali e ai relativi sepolcri imbiancati che si battono il petto ricordando Paolo Borsellino.

Le parole sprezzanti di Maria Falcone in risposta alle giuste osservazioni di Salvatore Borsellino sulle commemorazioni di facciata si commentano da sole.

Così come si commenta da sola l’ipocrisia del messaggio del 19 luglio di Giorgia Meloni mentre la stessa premier, attraverso i suoi ministri (Nordio in primis) smantella un pezzo alla volta la giustizia in Italia, ferendo a morte quella stessa magistratura di cui Borsellino era un simbolo e che lei ama ricordare ogni anno.

Dello stesso tenore, magari con qualche aggiunta di delirio, appaiono le farneticazioni di Maurizio Gasparri contro Nino Di Matteo.

Commentare Gasparri diventa ogni giorno di più materia per psicanalisti intenzionati a dimostrare fino a che punto la mente umana di un uomo può deragliare riuscendo comunque a farsi eleggere senatore della Repubblica.

In un altro Paese gli interventi al dibattito “Dietro le stragi: verità nascoste, verità negate” sarebbero andati in onda sui principali canali televisivi e avrebbero stimolato un’accurata analisi da parte di politici, intellettuali, storici e giornalisti.

In Italia ci dobbiamo accontentare invece delle invettive di Gasparri. Ma tant’è. Ed è proprio osservando questa scena surreale che ci si accorge quanto manchi Andrea Purgatori e il suo giornalismo libero, etico. Quello che può contribuire al miglioramento della società, come diceva Pippo Fava. Quel giornalismo che – salvo rarissime eccezioni – oggi è letteralmente scomparso.

Ascoltando i relatori in via d’Amelio ci si rende conto di come i fatti e le circostanze di cui si parla al dibattito siano collegati tra loro. Collegati all’interno di un disegno realmente più ampio e articolato.

Basterebbe riprendere le ultime indagini sulla strage di Piazza della Loggia del ‘74, nelle quali è emerso il coinvolgimento di esponenti dei servizi segreti dell’esercito americano, nel corso della strategia della tensione in Italia. Via via che passano gli anni emerge con forza che i servizi segreti americani hanno effettivamente appoggiato l’estremismo di destra e la mafia perché li ritenevano due anticorpi contro la possibile ascesa delle forze di sinistra nell’area di governo.

Ecco che i fili cominciano a intrecciarsi tra loro e tutto quello che è accaduto in passato in questo disgraziato Paese acquista oggi una nuova luce e si incastra perfettamente nel mosaico delle stragi del ‘92 e del ‘93.

Si può allora dire che è a dir poco funzionale a quel “gioco grande”, a cui si riferiva Giovanni Falcone, avere oggi un governo di destra che con una serie di leggi smantella la giustizia, mette sotto scacco la magistratura, minandone l’autonomia e l’indipendenza, e imbavaglia l’informazione?

E non è altrettanto logico e consequenziale il trattamento che l’America riserva al nostro governo, trattandolo da utile idiota, come una qualunque colonia da gestire a distanza? Ci stanno portando sull’orlo di una guerra mondiale, mentre la nostra premier ribadisce alla NATO che l’Italia “terrà fede ai suoi impegni” di spendere il 2% del Pil per difenderci a suon di armi da acquistare.

Tutto questo quando non ci sono fondi per la sanità pubblica, per l’istruzione e mentre la povertà avanza.

E mentre la complicità del nostro governo nel genocidio di Gaza si riflette nella sua totale obbedienza ai diktat degli Stati Uniti.

Le clamorose assoluzioni in appello e in Cassazione degli uomini di Stato precedentemente condannati in primo grado al processo sulla trattativa vanno analizzate sotto una lente di ingrandimento che copre un’area più vasta.

Seguendo questa logica ha quindi un senso ciò che emerge nella motivazione della sentenza di Appello e cioè che “la trattativa c’è stata”, ma “non costituisce reato” in quanto è stata “un’azione improvvida” di alcuni servitori dello Stato, e comunque compiuta “a fin di bene”, insomma, con “fini solidaristici”. Anche se poi i giudici riconoscono che si è trattato di un “rischio mal calcolato”.

Nessun problema quindi se la trattativa ha sortito l’effetto di provocare altre stragi e altri morti innocenti, tra cui due bambine di 8 anni e 50 giorni.

È la stessa sentenza della Cassazione sulle stragi del ‘93 ad affermare che la strategia del Ros di intavolare una trattativa con Cosa Nostra ha effettivamente rafforzato in Riina la convinzione che l’attacco allo Stato avesse ottenuto i risultati sperati inducendo Cosa Nostra a fare altre stragi.

E tutto questo non è affatto slegato con il recente caos sollevato sulla vicenda mafia-appalti. L’obiettivo appare chiarissimo: spostare l’attenzione e ridurre le motivazioni delle stragi unicamente a interessi economici di mafiosi, imprenditori e politici della prima repubblica. Allontanando così il focus dai mandanti esterni delle stragi del 1992 e del 1993, coloro che ne hanno beneficiato politicamente, e che hanno posto le basi dell’attuale potere politico.

D’altro canto, come ha evidenziato l’ex Procuratore Generale di Palermo, Roberto Scarpinato, se faremo l’errore di focalizzare singolarmente tutti questi fatti cadremo nella trappola di un sistema di potere che ci vuole servi ignoranti, e che continua a ipotecare il nostro futuro.

Di fronte a un simile scenario dobbiamo invece fare fronte unito, unire le nostre diversità con l’obiettivo comune del raggiungimento di tutta la verità.

Dobbiamo pretendere di sapere che fine ha fatto l’agenda rossa di Paolo Borsellino, perché Giovanni Arcangioli ha agito in quel modo, e quali sono le zone d’ombra dietro Arnaldo La Barbera e dietro l’omicidio Agostino. E soprattutto chi sono quei soggetti esterni a Cosa Nostra che il pentito Vito Galatolo ha definito “gli stessi di Borsellino” dietro il progetto di attentato a Nino Di Matteo.

Dobbiamo sapere chi c’è dietro quell’utenza americana del Minnesota a cui il 23 maggio del ‘92 aveva telefonato il boss Nino Gioè.

Abbiamo il diritto di conoscere fino in fondo il possibile coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri come mandanti esterni nelle stragi del ‘93 a cui l’ultimo filone di indagine a Firenze farebbe riferimento.

Per essere una democrazia compiuta dobbiamo sapere una volta per tutte chi sono le “menti raffinatissime” dietro alle stragi in Italia.

Quelli che hanno posto in essere un “dialogo” tra mafia e Stato che Agnese Piraino Leto aveva saputo dallo stesso Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci.

Mai come adesso è fondamentale continuare a sostenere i magistrati sovraesposti tra cui Nino Di Matteo, Luca Tescaroli, Sebastiano Ardita,Giuseppe Lombardo e Nicola Gratteri, da quegli indegni attacchi politici che qualificano la miseria di chi li compie e spianano la strada per le peggiori ipotesi.

Così come è determinante sostenere tutti quei giovani che attraverso azioni non violente, l’arte, la cultura, l’impegno civile, si oppongono a questo scempio. Che ci sta facendo precipitare nel baratro rischiando le manganellate di un governo fascista che intende sopprimere con la violenza ogni legittima contestazione.

In questi ultimi anni ci hanno lasciato donne e uomini straordinari. Che hanno speso un’intera vita per la giustizia e per la verità: Vincenzo Agostino, sua moglie Augusta, Agnese, Rita e Adele Borsellino, Giovanna Maggiani Chelli, Gino Manca ed altri ancora. Così come Letizia Battaglia che ha lottato ogni giorno per un mondo più giusto.

I loro esempi di vita ci impongono di schierarci e fare la nostra parte. Prima che il cratere di via d’Amelio possa aprirsi di nuovo.

Mentre guardo verso il balcone della casa dove abitava Rita Borsellino ripenso al suo intervento in occasione del 25° anniversario della strage di via d’Amelio. Quel giorno le parole di Rita sulla sentenza di condanna in primo grado al processo sulla trattativa avevano travalicato ogni argine, al punto da lasciare impietrito lo stesso ex giudice al Maxiprocesso, Pietro Grasso, che era al suo fianco.

Il messaggio accorato della sorella di Paolo Borsellino si concludeva con un’amara riflessione a cui poi aggiungeva tutta la sua speranza. La stessa speranza, che si fa spazio in mezzo a tanto scoramento e disillusione, e che vibra forte anche oggi: “In una società che ritiene che tutto si possa comprare e vendere, non c’è posto per i Paolo Borsellino. Eppure i nostri giovani e quella parte ancora sana della nostra società guarda ai pochi esempi credibili come punti di riferimento irrinunciabili. E a loro mi rivolgo perché ritrovino la capacità di indignarsi, perché pretendano che la verità sia sempre vera e la giustizia sia sempre giusta”.

* ANTIMAFIADuemila, 20/07/2024

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