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L’Agcom lancia un «urlo» nel deserto

Vincenzo Vita il . Costituzione, Diritti, Economia, Informazione, Istituzioni, Politica

La relazione annuale -ampia e interessante- svolta ieri presso l’aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati dal presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Giacomo Lasorella ha segnato un salto di qualità nella storia dell’Agcom.

Quest’ultima, infatti, è diventata nel 2024 Digital Services Coordinator per l’Italia: garante per l’unione europea dell’applicazione delle nuove normative in una materia che si è dilatata abbracciando i vari comparti dell’infosfera. E già dal 2023 era al vertice dell’ERGA, vale a dire i guardiani dell’audiovisivo.

Il riferimento è soprattutto al Regolamento Digital Services Act, parente stretto del Digital Markets Act, vale a dire i nuovi orientamenti di un territorio lasciato a lungo privo di un assetto adeguato. Non tutto è oro ciò che luccica, ma qualcosa si muove. In particolare, va salutato con gli applausi l’European Media Freedom Act (EMFA).

Per celebrare il ruolo accresciuto dell’Autorità si è mosso il gruppo dirigente delle Poste, portando il francobollo dedicato all’evento. E chi l’avrebbe detto quando fu varata la legge istitutiva nel 1997. Comunque, dopo qualche alto e parecchi bassi, ora sembra che la Ferrari si sia messa a correre.

Il rapporto di ieri ha ampliato la visuale verso il contesto continentale, evocando pure il recentissimo provvedimento sull’Intelligenza artificiale (1689/2024). Tuttavia, si sentiva un eccesso di ottimismo: questa Europa riuscirà mai a districarsi nella nuova guerra fredda tra le Big Tech nordamericane e il silenzioso (ma attivissimo) gigante cinese? I Regolamenti citati, indubbiamente la componente più evoluta del diritto sui temi in questione, che raggio di azione avranno?

Se si scorrono le pagine del testo, alcuni punti risaltano. Innanzitutto, la richiesta di una autonomia finanziaria; e poi la decisione di avviare una nuova Analisi coordinata dei mercati dei servizi di accesso alla rete fissa, che si incrocia con la verifica della vicenda di Tim non ancora compiutamente conosciuta dall’Agcom. Si aggiungono i parametri del servizio universale per l’accesso a Internet a fronte di un cospicuo aumento della navigazione.

Per ciò che concerne il campo dei media, si è colta un’enfasi solo parzialmente giustificata sul funzionamento della par condicio, senza nulla togliere all’impegno manifestato verso l’ampiamento dello spettro della l.28/2000 alla comunicazione digitale. Mentre assai interessante è la evocata segnalazione al governo sull’urgenza di una riforma della disciplina sulle concentrazioni nella stampa quotidiana, ferma al 1987. Il sottotesto è l’intraprendente attivismo di un parlamentare con dotazione di cliniche private all’assalto dell’Agenzia Italia?

La questione televisiva è ridotta alla smart tv, mentre la durezza delle lotte che l’hanno attraversata nel passato sembra consegnata a qualche libro di rievocazione. Sul conflitto di interessi, tamquam non esset.

Però, ed è giusto, si parla degli influencer potenti e privi del necessario assetto giuridico.

Si conclude (dopo un doveroso passaggio sulle Poste) con un capitolo significativo sulle piattaforme online, a cominciare dall’equo compenso contro lo sfruttamento del lavoro giornalistico operato dagli Over The Top.

Corretto è il richiamo alla vigilanza sul divieto di pubblicità del gioco d’azzardo e al contrasto del cosiddetto secondary ticketing, ovvero la rivendita dei biglietti da parte di soggetti non autorizzati.

Si nota nelle righe finali una polemica garbata sul ruolo dell’Agcom – non previsto- nell’attuazione del Regolamento sull’IA: la scelta è del governo.

Fonte: il manifesto 

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