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Sicurezza e criminalità: ma in che Paese viviamo?

Piero Innocenti il . Mafie, SIcurezza

commissione-parlamentare-antimafia“La lotta alle mafie è la priorità di questo Governo”, un ritornello che abbiamo sentito ripetere decine di volte dai vertici politici e istituzionali dei vari Governi succedutisi negli ultimi cinquanta anni.

Salvo, poi, scoprire che la priorità, in diversi casi, è stata quella di attuare vere e proprie complicità con le mafie, vanificando e mortificando o, comunque, rendendo più complicato e arduo il compito di forze di polizia e magistratura impegnate nel contrasto alla criminalità organizzata e mafiosa.

Né si può dire che non ci siano stati, negli anni passati, allarmi ben documentati lanciati da singoli magistrati e da autorevoli organismi, su tutti alcune Commissioni parlamentari Antimafia, la Direzione Investigativa Antimafia, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, l’Osservatorio Regionale sulle Mafie nel Lazio, solo per citarne alcuni che segnalavano, tra l’altro, gli inquinamenti in atto dell’ambiente istituzionale, dell’economia, della società civile da parte della criminalità organizzata.

Denunce chiare, nette, come quella sull’impatto negativo delle mafie sulla competitività del nostro Paese a livello internazionale che ricordava la Commissione parlamentare Antimafia (presidente Rosy Bindi) giusto due anni fa, nel febbraio 2018, annotando nella sua relazione conclusiva di fine Legislatura, approvata all’unanimità (circa seicento pagine con approfondite  analisi e proposte concrete) “che se le istituzioni italiane fossero state qualitativamente simili a quelle dell’area dell’euro tra il 2006 e il 2012, i flussi di investimenti esteri in Italia sarebbero risultati superiori del 15% – quasi sedici miliari di euro – agli investimenti diretti effettivamente attuati nel periodo”.

E’ la stessa Commissione che, inascoltata, auspicava “una profonda riflessione da parte della politica” (forse quell’aggettivo avrà impensierito qualcuno) per mettere da parte il ricalcolo del Pil che avviene, sin dal 2014, sulla stima dei proventi criminali provenienti dal narcotraffico, dalla prostituzione e dal contrabbando di sigarette. Una sorta di legalizzazione statistica di ricchezza mafiosa inaccettabile sul piano etico e politico che oltraggia magistrati e operatori delle forze dell’ordine impegnati a sottrarre ai poteri criminali proventi di inquinamento dell’economia.

Silenzio totale in Parlamento anche sull’ altro auspicio della Commissione Bindi che sul tema delle misure di contrasto alle mafie aveva sottolineato come sarebbe stato un segnale importante “per tutti (..) all’inizio della prossima legislatura” riservare un’apposita sessione sul tema.

Si sarebbe, così, anche potuto affrontare lo spinoso argomento delle infiltrazioni (accertate) della criminalità mafiosa nella massoneria in Calabria e Sicilia e la necessità di estendere le indagini “a tutte le regioni italiane, soprattutto al Nord” sempre più preda delle relazioni tra mafia e classi dirigenti”. Per valutare compiutamente “le dimensioni di un fenomeno in cui la massoneria rischia di fungere, anche involontariamente, da stanza di compensazione di un “potere invisibile”, nemico della democrazia”.

Temo, e lo dico con profonda amarezza, come cittadino e come ex funzionario dello Stato, che anche questo auspicio della Commissione Antimafia resterà inascoltato come l’altro, pure importante, di un intervento legislativo sulla legge n.17 del 1982 (approvata sull’onda dello scandalo della P2) per chiarire, una volta per tutte, che le associazioni segrete, anche quando perseguono finalità lecite, sono vietate in quanto tali dall’art.18, secondo comma, della nostra Costituzione.

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