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Tempi ancor più drammatici per migranti, rifugiati e “schiavi”

Piero Innocenti il . Migranti

migranti rifugiatiÈ di pochi giorni fa l’annuncio da parte americana alle Nazioni Unite di non partecipare più al programma Global Compact on Migration promosso dall’ONU nel settembre 2016 per “.. una migrazione sicura, ordinata e regolare”. Sul tema, ha dichiarato l’ambasciatrice americana all’ONU, Nikki Haley, “..debbono essere gli americani a prendere le opportune decisioni..”. Tutto questo mentre il flusso migratorio proveniente dai paesi del Centro Sud America sembrava aver subito una battuta d’arresto notevole con gli aumentati controlli alla frontiera con il Messico e con l’allontanamento, avvenuto nel corso del 2017, di diverse migliaia di stranieri irregolari dal territorio americano.

Non c’è pace, dunque, per gente che scappa da conflitti, povertà, da persecuzioni e che spesso diventa preda delle ignobili organizzazioni di trafficanti. A volte vengono ridotti in schiavitù e venduti all’asta come ci hanno mostrato, di recente, alcune immagini di un filmato girato in Libia. Schiavitù che non può essere tollerata come ha ricordato anche il presidente Mattarella nella ricorrenza, il 2 dicembre scorso, della Convenzione per la repressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione del 1949. Nelle stesse ore, il presidente del consiglio Gentiloni, chiudendo i lavori del forum internazionale Med Dialogues, toccava ancora il tema delle migrazioni (sempre al centro del dibattito politico in vista delle elezioni del 2018)  parlando della capacità mostrata dal nostro paese di accogliere i migranti ma anche di infliggere colpi ai trafficanti. Punto, quest’ultimo, sul quale ho qualche perplessità stando ai risultati complessivamente ottenuti in questi anni (molti scafisti arrestati ma gli organizzatori e i capi trafficanti sono tranquillamente nei loro paesi).

Sarebbe mostruosa la semplice idea che si possa continuare a tollerare e  tornare indietro nella storia ai periodi in cui la schiavitù e la tratta ebbero un ruolo centrale in molti paesi. Si pensi ai rilevanti interessi economici nel traffico degli schiavi che avevano la stragrande maggiorana degli uomini d’affari newyorchesi della fine del Settecento. Lo stesso presidente americano George Washington era “proprietario” di almeno un centinaio di schiavi di colore e Thomas Jefferson che nel 1776 partecipò alla scrittura della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, ne possedeva ben 150. Per non parlare degli inglesi che usavano gli schiavi per garantire i prestiti come è emerso da una ricerca, resa pubblica nel 2009, condotta dall’ex banchiere Nick Draper, secondo cui i fratelli Rothschild, fondatori della nota banca d’affari inglese, usavano gli schiavi per garantire i prestiti. La massima espansione della tratta si ebbe nella seconda metà del Settecento, periodo storico coincidente con la diffusione dell’Illuminismo. Ma gli schiavi interessavano poco le nuove idee e persino Voltaire, filosofo francese e simbolo di quel periodo, investiva gran parte dei suoi guadagni nelle compagnie schiaviste.

Avvilente parlare, ancora oggi, di schiavi, di tratta, di contrabbando di persone gestito da bande che operano anche con la complicità di funzionari pubblici (vedi in Libia, con capi tribù riconosciuti dalle autorità di Tripoli) e che non si fanno scrupoli di maltrattare, bastonare, ammassare donne incinte, uomini, disabili, minori, su sgangherati gommoni per affrontare le traversate marine che spesso finiscono nelle ben note tragedie. Poi arrivano le lacrime e qualche senso di colpa che durano una giornata. Qualche volta arrivano anche le scuse, magari a distanza di secoli. Negli Usa, solo nel 2009, alla vigilia del “Giorno dell’emancipazione e delle libertà” (il 19 giugno), il Senato ha approvato all’unanimità una risoluzione con cui si chiedeva scusa agli afroamericani per la schiavitù e la segregazione razziale. Ci sono voluti 150 anni ed è successo a distanza di cinque mesi dall’insediamento del primo presidente nero nella storia americana. Oggi, con Trump, una cosa del genere sarebbe impensabile.

Nel Regno Unito, dieci anni fa, nel 2007, in occasione del bicentenario dell’abolizione della tratta degli schiavi, il Governo si era astenuto dal presentare scuse formali per la schiavitù per il timore che una tale ammissione avrebbe potuto determinare una marea di ricorsi legali. L’anno prima il premier britannico Tony Blair aveva espresso “profondo dispiacere” per il ruolo avuto dall’Inghilterra nella tratta degli schiavi. Sono trascorsi molti anni ma questo fenomeno criminale non è affatto scomparso.

Il ruolo dell’informazione sulle migrazioni

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