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‘Ndrangheta. Sarà la ‘nduja che li seppellirà…

Nando dalla Chiesa il . Mafie

Nduja_mit_BrotSarà la ‘nduja che li seppellirà. Proprio così. La sconfitta degli ‘ndranghetisti sarà decretata dal cibo più tipico della loro terra, dal condimento preferito delle loro “mangiate” a base di capretto. Il piccantissimo sapore che li fa sentire razza forte e maschia sarà il loro inferno. La gastronomia antimafia è stata un’idea geniale di un gruppo di giovani e di insegnanti che tempo fa ha dato vita al ponte Milano-Calabria. Un ponte in direzione inversa a quello gettato da San Luca e Platì verso la Madonnina. Poche sere fa l’idea ha generato, nel capoluogo lombardo, la prima festa anti-‘ndrangheta alla ‘nduja. Centinaia di persone si sono presentate emozionate e felici al Centro ricreativo e culturale “Ettore Ratti” di Via Cenisio per partecipare a “Bella Calabria! In festa contro la ‘ndrangheta. Testimonianze, musiche e sapori della Calabria che si ribella”.

“Quando ci è venuto in mente? Il punto di partenza”, spiega Giuseppe Teri, attivissimo insegnante in pensione, “è stata la festa dello stoccafisso che doveva celebrarsi a Corsico lo scorso anno. Lo ricorda, quando il Comune stava patrocinando una festa su cui si stagliava l’ombra di un clan? Intervenne anche la Commissione parlamentare antimafia. La giunta barcollò. Ma noi fummo colpiti da quella strategia dei clan di chiamare a raccolta i calabresi in nome dei prodotti tipici della loro terra, in nome delle loro tradizioni”. ‘Ndrangheta uguale Calabria. I primi razzisti in fondo sono loro. Basta sentire le intercettazioni telefoniche. Dicono “le ditte calabresi” ma intendono “le ditte di ‘ndrangheta”. Dicono “dar lavoro ai calabresi”, ma pensano ai loro affiliati. “Allora abbiamo pensato di spezzare questa identificazione. La ‘nduja, i cibi forti, certi sapori piacciono da matti anche alle persone per bene. Perché non farne il punto di incontro per parlare di valori buoni e dare un calcio alla prepotenza mafiosa? Per liberare, in nome di quelle tradizioni, una terra bellissima? L’idea è nata così.”

Martina è una giovane ricercatrice di origini calabresi che alla Calabria e al Ponte sta dedicandosi anima e corpo. “E’ stata simbolica anche la zona in cui si è tenuta la festa: la stessa in cui abitò Lea Garofalo, visto che via Montello dista solo 15 minuti a piedi. Abbiamo pensato che fosse il posto giusto per questa serata. Tra i balli e le musiche di cantautori calabresi volevamo raccontare le storie di successo, di lotta alla criminalità organizzata, di riscatto sociale. Ma anche, al tempo stesso, parlare di noi milanesi, delle nostre responsabilità. Del perché Lea venne a Milano convinta di trovarci sicurezza e invece trovò la morte in una città incapace di scorgerla.

Io il nostro Ponte lo vedo così: una possibilità di spazio e di voce a disposizione di chi può cambiare il racconto che si è fatto finora della Calabria e dei calabresi. Un modo per illuminare le cose belle che non vanno sui giornali e che spesso devono lottare contro ostilità inspiegabili”.

“E poi, se è vero che al Nord ci sono così tanti calabresi da dare vita a una seconda Calabria – allora sta qui la chiave di volta, la vera sfida: agganciare le comunità residenti, ribaltare la visione dei calabresi come maggioranza silenziosa, spezzare i vincoli di consenso e assoggettamento. Perciò ci siamo mobilitati sin dal primo momento per coinvolgere nel Ponte gli studenti calabresi impegnati sui temi della legalità. Confidando in un progressivo effetto a cascata di questa partecipazione. In Lombardia, certo; ma anche giù in Calabria. Chiara, Rita, Emanuela, Michela, Valerio, Francesco… sono solo alcuni dei nomi di giovani calabresi che l’altra sera preparavano l’aperitivo o versavano il vino (solo prodotti rigorosamente della loro terra!), assistevano i musicisti o accoglievano gli ospiti distribuendo volantini e regalando spillette. Ci pensa? Non erano mai state fatte feste calabresi dichiaratamente anti-‘ndrangheta. Il fatto è che noi non vogliamo più feste complici, certe sagre, certe processioni. Ma vogliamo riappropriarci delle tradizioni, rivendicarle. E offrire ‘nduja gioiosa pure ai soci milanesi di un centro ricreativo per anziani.”

L’altra sera c’era anche Raffaella Conci della cooperativa Terre Ioniche di Isola di Capo Rizzuto. E c’era Rosa Quattrone, figlia di un ingegnere ucciso nel 1991 per le sue denunce sul sistema delle tangenti a Reggio. Insomma, è stato un ponte vero. Il bilancio? Risponde ancora Martina: “All’evento hanno partecipato circa 300 persone. In un clima bellissimo. E d’ora in poi la ‘nduja sarà la nostra bandiera”.

Articolo apparso su Il Fatto Quotidiano del 14.10.17

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