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Quella borsa scomparsa

di Nando dalla Chiesa il . L'analisi

Di nuovo l’ipotesi (e qualcosa di più) di una borsa sottratta sul luogo del delitto. Su di essa stanno lavorando i magistrati palermitani in relazione alla strage di via Carini del 3 settembre del 1982 in cui venne ucciso il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa. La borsa di dalla Chiesa come la borsa di Borsellino. Tutto è nato da uno scritto anonimo ricevuto dal sostituto procuratore Nino De Matteo. Dicono i giornali che vi si ritroverebbero indicazioni inedite su alcune gravi vicende di mafia degli anni passati. Tra queste la rivelazione che quella notte dell’82 un ufficiale dei carabinieri avrebbe trafugato la borsa del prefetto. La borsa. In effetti mio padre usava portare una borsa di pelle marrone, senza manico, chiusa con una cerniera. Ne aveva avuto con altre forme in passato, ma negli ultimi anni la borsa che si portava sempre dietro era fatta così. La teneva sotto il braccio, non la cedeva a nessuno. Mantenne questa usanza anche andando a Palermo? Non c’è un buon motivo per pensare il contrario, ma soprattutto ci sono foto di quel periodo che lo testimoniano e che stanno incominciando a comparire. Molto, molto probabile dunque che l’avesse anche quella notte. Non è detto che vi tenesse sempre materiale riservato. Poteva portare con sé anche atti ufficiali importanti per lui in un dato giorno. In ogni caso erano fogli e documenti che gli servivano strettamente. Resta da capire che cosa altri potevano immaginare o temere che lui vi tenesse. Domanda tanto più importante alla luce di ciò che accadde quella notte dopo il delitto: ovvero l’ingresso di sconosciuti nella casa della prefettura a villa Pajno con il pretesto di prendere un lenzuolo per coprire il cadavere, lo svuotamento misterioso della cassaforte in circostanze che sono state più volte ricordate.

E fu proprio la vicenda dell’intrusione in casa (ove invece la stessa notte venne vietato a mio zio di entrare), fu proprio l’enigma della cassaforte svuotata, a distrarre l’attenzione di noi figli da quella borsa mai trovata. Mai consegnata a noi, mai pervenuta ai magistrati. Certo, ci dicevamo le mie sorelle e io, la borsa: chissà che fine ha fatto. Ma più pensando al trambusto, all’incredibile disordine (e anche all’ approssimazione apparentemente anarchica) che avevamo riscontrato il mattino dopo arrivando a Palermo. Come immaginando che fosse stata risucchiata dal caos di un evento che aveva sconvolto e impaurito a ogni livello. E poi non avevamo prove che l’avesse con sé. Mentre il domicilio era stato sicuramente violato, mentre nella cassaforte era stata sicuramente trovata una scatola vuota, e sicuramente le chiavi ne erano state occultate per giorni. Iniziai a ripensarci quando fu accertato il trafugamento della borsa con l’agenda rossa di Paolo Borsellino. E se fosse accaduta la stessa cosa? Oggi questo interrogativo non è solo un esercizio mentale. E’ qualcosa che riporta con forza alla pista che prima l’ufficio istruzione e poi la procura di Palermo provarono a seguire e di cui comunque delinearono l’esistenza: quella dei mandanti esterni a Cosa Nostra.

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