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Africa, i pirati del golfo di Guinea

di Gaetano Liardo il . Internazionale

I pirati del nuovo millennio sono una minaccia per lo sviluppo dell’Africa. A oriente così come a occidente. I somali hanno fatto della moderna pirateria un business che ha intaccato la più transitata via commerciale dall’Asia all’Europa, minacciando le imbarcazioni che dallo stretto di Aden muovono verso il canale di Suez, e provocando una dura reazione internazionale. Altrettanto pericolosi sono i loro “colleghi” occidentali. Già, perché il problema della pirateria non riguarda più soltanto le coste dell’Africa Orientale, ma anche quelle dell’Africa Occidentale. Una regione ricca, ma segnata da profonde diseguaglianze interne, con enormi potenzialità di sviluppo e con una classe dirigente votata alla corruzione. I paesi che compongono il mosaico del golfo di Guinea, dalla Nigeria al Camerun, dalla Guinea Equatoriale a Sao Tomè e Principe, dalla Costa d’Avorio al Ghana, dal Togo al Benin, hanno scoperto negli ultimi dieci anni di possedere enormi giacimenti di petrolio e gas naturali. Se per la Nigeria è un dato assodato, per gli altri Stati della regione si tratta di una grande occasione di sviluppo.

I nuovi giacimenti di gas naturale, petrolio e combustibili fossili, hanno attirato gli interessi delle grandi compagnie del settore, pronte a soddisfare le richieste, sempre maggiori, di Europa, Stati Uniti, Cina, India e Brasile. Si trovano, nella  maggior parte dei casi in mare aperto e, se non fosse per il problema della pirateria, consentirebbero una più veloce esportazione dei preziosi combustibili estratti.  I pirati, in queste latitudini, non sono mai stati una novità. Attivi nel sequestrare le grandi navi da pesca per arricchirsi sulla vendita illegale della refurtiva sottratto, con il boom petrolifero degli ultimi anni hanno allargato la propria sfera d’azione. I primi a sfruttare il traffico di greggio sono stati i nigeriani.

Nel rapporto “The Gulf of Guinea: the new dangerous zone”, i ricercatori dell’International Crisis Group, hanno focalizzato la propria attenzione nello sviluppo della pirateria nigeriana che, in breve tempo, ha contagiato i mari dell’intera regione. «Per decenni – si legge nello studio pubblicato nel dicembre del 2012 –pirateria e furto di armi in mare sono stati comuni al largo delle coste della Nigeria, tra povertà estrema, alti rendimenti petroliferi, scarsa regolamentazione delle attività marittime, un governo corrotto e una lunga storia di violenza politica nel delta del Niger». Dalla Nigeria la pirateria si è espansa nei mari degli Stati confinanti. «I gruppi criminali – prosegue l’analisi dell’International Crisis Group – continuano a sfruttare la debole governance marittima della Nigeria e ad usare la violenza per arricchirsi, e non mostrano segni di volersi fermare».

Il petrolio, che negli anni in Nigeria ha creato un’economia parallela illegale, è diventato per i nuovi Barbarossa un business molto lucrativo. Che si tratti del greggio rubato dagli oleodotti sparsi in tutto il paese, oppure del prodotto raffinato acquistato, legalmente, in grandi quantità e rivenduto – illegalmente – al’estero, l’olio nero ha fatto la fortuna dei pirati. Che si tratti delle raffinerie nigeriane, o delle piattaforme sparse lungo le coste del golfo di Guinea, la situazione è diventata allarmante, e fuori controllo.

Nessuno degli stati coinvolti ha una vera e propria capacità militare per contrastare la minaccia della pirateria. La marina, così come la guardia costiera è praticamente inesistente. I paesi del golfo di Guinea hanno flotte esigue, con navi “usate”, acquistate dalle marine occidentali. Un armamentario inadeguato per contrastare le agili flottiglie dei pirati che assalgono petroliere e attaccano le piattaforme.

Una situazione che ha allarmato l’Onu, investita dall’Organizzazione degli Stati Africani ad intervenire nel golfo di Guinea, così come è intervenuta nel golfo di Aden. Ad oggi le Nazioni Unite si sono fermate nel Mali… bisogna attraversare il deserto per dare la caccia ai pirati.

Leggi lo studio dell’International Crisis Group; “The Gulf of Guinea: the new dangerous zone”

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