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L’altro Messico che lotta per la libertà e la giustizia

Di Marzia Pitirra il . Internazionale

 “Mi chiamo Carlos, vengo da Città del Messico e facevo parte di una banda di ragazzi di strada, più o meno della vostra età”. È un ragazzone con il viso buono Carlos e quando inizia a raccontare serve del tempo per metterlo in relazione con i fatti di sangue e violenza che descrive e di cui è stato protagonista. Il  suo racconto è breve, non perde troppo tempo a parlare di quello che è stato, giusto quel poco per far intendere agli studenti romani come sia facile a Città del Messico (e non solo) finire ancora bambini nel giro della malavita ed uscirne ammazzati prima di arrivare a 25 anni. Ci troviamo a Roma, oggi si parla di Messico, della criminalità organizzata del paese e le sue conseguenze.  A presentare l’incontro sono i giovani del Presidio di Libera “Giancarlo Siani” del XIII Municipio  che iniziano sfornando un po’ di dati sul Paese centro americano dove da anni le organizzazioni criminali hanno preso potere con il beneplacito di politici corrotti e poliziotti terrorizzati. Oggi si parla di droga, di omicidi, di Cartelli della malavita ma soprattutto si parla di chi ne è uscito vivo e determinato a cambiare le cose .  C’è fervore nell’aula,  interesse, curiosità ma anche impazienza. Gli studenti aspettano che intervenga lui, l’ospite d’onore dell’incontro, il malavitoso redento ora educatore di strada, il fondatore di “Cauce Ciudadano”un’associazione che aiuta i ragazzi messicani a trovare un’alternativa alla malavita, Carlos Cruz.
Sono 982 le aree controllate dai cartelli con il 75% di amministrazioni locali infiltrate. Tra i reati commessi dai cartelli messicani si contano narcotraffico, sequestri, estorsioni, sfruttamento della prostituzione, tratta degli esseri umani, pirateria, contrabbando. 4000 i minori di 18 anni detenuti per reati legati al narcotraffico, 12000 desaparecidos di cui il 75 % minori di 18 anni e il 65 % donne. 60000 orfani, 75000 giovani armati (il 45 % minori di 17 anni)  2000 armi trafficate al giorno.  Questi i numeri della mattanza Messicana raccontati da Carlos, ma lui preferisce raccontare il dopo, la risalita.  Il momento in cui lui e i pochi giovani sopravvissuti della sua banda, decidono di non asservirsi alla politica o di essere lo strumento dei “grandi” malavitosi, e ripensano ad una nuova strada “prendemmo la decisione di affrancarci dai politici corrotti e dalle loro richieste – racconta Cruz –  e così facendo in pochi mesi finirono in carcere, giustamente e non, moltissimi compagni. Parlammo anche con le altre bande dei quartieri limitrofi, per smettere di farci la guerra tra di noi per colpa di chi ci manovrava dall’alto  Iniziammo a renderci conto di come funzionasse questa realtà, ma abbiamo continuato comunque a commettere crimini e a vivere nell’illegalità per un certo periodo, il cambiamento è avvenuto gradualmente”
Carlos ed i suoi compagni erano potenti e conosciuti nel loro “barrio” di Città del Messico. Se prima usavano questo potere per estorcere il pizzo, minacciare, uccidere, in seguito decidono di usarlo per strappare i nuovi piccoli soldati della mafia da una vita di strada e violenza.  
I pandilleros di Carlos, i ragazzi della sua banda, una cosa ce l’hanno ben chiara, non permettere ad altri giovani di fare la loro stessa fine, convincerli che ci sono altre vie d’uscita, che si può crescere senza fare i corrieri della droga, senza diventare il braccio armato (appena adolescente) del narcotraffico dell’America Latina, senza piegarsi alle minacce di morte. È a questo punto che nacque 12 anni fa l’associazione Cauce Ciudadano, Canale Cittadino.   “La maggior parte dei componenti della banda era morta davanti ai miei occhi e ho capito che potevamo continuare a far parte di una pandilla, ma cambiando i nostri obiettivi, diventando pandilleros de paz”.  Così Carlos racconta ai ragazzi il percorso che lo ha portato fino ai nostri giorni. Non tutti i compagni l’hanno seguito, ma alcuni si,  e da volontari si sono specializzati diventando figure professionali a tutti gli effetti , educatori, insegnanti, psicologi e operatori di Cauce Ciudadano “perché” afferma Carlos “la gente dei quartieri non vedeva di buon occhio dei volontari, a maggior ragione se usciti dalle bande, quindi ci è sembrato giusto specializzarci e che questo diventasse un lavoro. D’altronde – prosegue – gli operatori passano anche giornate intere sia sulla strada a mettere le basi per un rapporto coi ragazzi, sia negli uffici ad organizzare i  vari progetti”
E poi arrivano le domande dei ragazzi.
Con che animo vi accolgono i giovani delle bande?” 
“Proprio su questo punto servono preparazione e figure professionali. Molti operatori – spiega il messicano – pensano che per stabilire un contatto con i ragazzi ci si debba mettere al loro livello fumando e bevendo insieme. Questo è sbagliato – ci tiene a sottolineare Carlos, che continua – noi ci avviciniamo spesso scherzando, abbassando la loro diffidenza al minimo e poi raccontiamo chi siamo e il nostro passato. Parliamo da ex componenti di una banda, raccontiamo soprattutto che c’è un’alternativa, sapendo che non è sempre una scelta dei ragazzi quella di entrare nell’illegalità per ragioni economiche, ma che spesso vengono costretti. Così li mettiamo di fronte ad una scelta, quella di una vita normale mentre dall’altro lato hanno una vita condizionata. Dallo spaccio della droga.  Dallo spaccio della droga e dalla violenza.  Dallo spaccio della droga, dalla violenza e dagli omicidi.  Dallo spaccio della droga, dalla violenza,  dagli omicidi e dalle minacce e i sequestri di cui sono vittime i giovani e le loro famiglie”.
“È normale per i ragazzi delle bande ammazzare persone?” continuano i giovani del liceo romano, nel vivo dell’incontro. “No – risponde Carlos – Ma in una società in cui muore una persona tutti si stupiscono, ne muoiono dieci, si indignano, continuano a morire e iniziano a non indignarsi più, non fa più notizia. La morte si normalizza. Bisogna imparare invece a non smettere di indignarsi, mai, anche se a morire dovesse essere un capo della mafia”.  e ancora domande “ qual è il ruolo delle famiglie?” e “c’è ancora la polizia corrotta dei vostri tempi?
Ma l’ultima parola la prende Carlos e ora è  lui a porre gli interrogativi.
“Conoscete la situazione del Messico? E quella dell’America Latina? E la situazione italiana, quella la conoscete?” i giovani italiani non avevano idea di quello che avvenisse in Messico fino all’arrivo di Carlos, ma qualcosa sull’Italia sapevano. “perché credetemi – continua– le nostre storie non sono poi così lontane, in America Latina ci sono tantissimi italiani e  non mancano le analogie anche nelle vicende di mafia. Quando ho iniziato ad informarmi sull’Italia ho capito che tante cose si ripetono e che quando si parla di richieste di pizzo, traffici di droga e corruzione bisogna guardare oltre il proprio paese per avere una visione d’insieme. Quindi vi invito ad informarvi, sull’America Latina e sul vostro paese, perché bisogna conoscere la storia di uno per collegarvi le storie degli altri ed avere delle risposte. Dobbiamo essere informati e conoscere i propri diritti – conclude l’incontro Carlos Cruz – bisogna portare avanti un principio di educazione popolare, che vada a rompere, una volta per tutte, il legame tra l’oppresso e l’oppressore”.
 

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