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La guerriglia dell’informazione

Di Stefano Fantino il . Internazionale

In Messico, poco più di un mese fa, sono stati rapiti dai narcos quattro giornalisti. L’accetta sull’informazione cala anche così: sequestrati, fatti sparire, riconsegnati impauriti e scossi. Si può capire come ora quattro giornalisti messicani abbiano chiesto ai vicini Stati Uniti d’America l’asilo politico. E che, in un caso, Washington abbia risposto positivamente. Un caso storico che fa capire quanto sia andata oltre la situazione nella federazione messicana e come, ancora una volta, i giornalisti siano l’elemento più in pericolo e più sensibile a una guerra non dichiarata che, negli ultimi quattro anni, ha sconvolto il Messico.

L’incontro di questa mattina presso la Fnsi ha voluto idealmente far incrociare la situazione del giornalismo messicano e quella del giornalismo italiano: due realtà che seppur in maniera differente rispecchiano una situazione similare, con un giornalismo spesso autocensurato, asservito quando non manipolato. Ovviamente la situazione messicana risulta ben più grave e drammatica e la volontà di una rete di alcuni giornalisti, come racconta Tonio Dell’Olio di Libera Internazionale, «di promuovere temi di giornalismo sociale, svincolati da un’ottica meramente di cronaca nera» rappresenta una sfida. Sono in tre i colleghi che ne hanno parlato. Marcela Turati e  Josè Gil Olmos,  venuti in Italia per qualche giorno, e Cynthia Rodriguez, messicana da qualche tempo in Italia. Proprio lei introduce alcuni elementi utili per capire un contesto, quello del Messico, cui nessuno guarda: «Bisogna assolutamente raccontare il Messico, impossibile ignorare i 28 mila morti che negli ultimi anni hanno riempito le strade, trasforma piccoli conflitti locali in una guerra generalizzata». Quando finirà? Una domanda posta di anno e in anno, inutile “mantra” preludio a una costante crescita degli omicidi e delle violenze.

A entrare nei particolari ci ha pensato Josè Gil Olmos, da anni attivo come cronista anche in Chiapas e recentemente cronista che si occupa di narcos: dura la sua posizione contro il governo Calderon che ha, di fatto, portato ovunque una guerra non dichiarata, una guerriglia, «per legittimare il suo potere. Una lotta senza frontiere al narcotraffico – continua Olmos- senza una politica integrata che affianchi alle armi, l’educazione e una svolta giuridica efficace».  Emergono dalle parole del giornalista, le forti connessioni tra potere e narcotraffico, un paese forte crocevia del traffico di droga (cocaina), ma capace di aumentare negli ultimi anni la produzione locale (cannabis e oppio). Un paese dove i morti non si contano e nemmeno le sparizioni: 1600 negli ultimi anni gli uomini e le donne scomparse nel nulla. Affiancata dal terribile dato, + 330%, di violazione dei diritti umani denunciati. I 1300 milioni di dollari del Plan Merida statunitense, in gran parte indirizzati al sostentamento e all’equipaggiamento della polizia, falliscono miseramente «di fronte alla grande corruzione che vige in Messico». E anche nei corpi addestrati anti-narcos o addirittura tra i mercenari del Guatemala, non si contano i disertori che vanno a lavorare per i cartelli. 

In questo clima torrido, la volontà di creare una rete di solidarietà per giornalisti è stata una necessità come ha sottolineato Marcela Turati,«Per non parlare solo di morti ma degli effetti sociali sulla gente». E per non dimenticare come i giornalisti uccisi siano a decine ormai in Messico, dove spesso le notizie non si possono dare e vige un forte regime di autocensura. Un qualcosa che in Italia, come ha notato Roberto Natale della Fnsi, conosciamo bene «anche se in contesti meno esacerbati». Un filo rosso che queste prime frequentazioni giornalistiche tra Messico e Italia hanno il compito di approfondire, senza lasciar cadere il tema nell’oblio.

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