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Freedom House: in declino la libertà di stampa nel mondo

Di Gaetano Liardo il . Internazionale

A livello globale si registra un declino ormai trentennale della libertà di stampa. L’allarme è stato lanciato da Freedom House, l’organizzazione non governativa statunitense che annualmente stila un rapporto sullo stato e sulla qualità della libertà di stampa. La situazione è allarmante sia per la portata globale del fenomeno che per il numero, sempre maggiore, di giornalisti minacciati e uccisi in tutto il mondo. Sempre meno i “potenti” sono disposti a tollerare i riflettori accesi sul loro operato. Sempre meno i giornalisti riescono a fare il loro mestiere. Le notizie scomode non piacciono a chi governa, soprattutto a chi lo fa in modo non democratico. Basti pensare ai tanti giornalisti uccisi in Russia indagando sugli affari poco chiari degli oligarchi e dell’intellighenzia. Alla Cina, nuovo motore economico del globo, che non tollera i giornalisti ficcanaso. Oppure ai tanto coccolati paesi arabi moderati che, “moderatamente”, non si fanno alcun problema nel mettere il silenziatore su dissenso e informazione. 

La situazione non è molto diversa per i paesi democratici, come l’Italia. Anche quest’anno il Belpaese si trova nella non felice posizione di paese parzialmente libero. Troppo soffocante è il tentativo della politica di controllare l’informazione, troppi giornalisti, soprattutto in Rai, si adoperano per non scontentare chi governa. Le misure legislative in via di approvazione, prima fra tutte il disegno di legge Alfano sulle intercettazioni, non sono altro che un bavaglio alla libertà di stampa. L’Italia deve affrontare l’enorme conflitto di interessi del premier, divenuto da poco ministro per lo sviluppo economico ad interim, con delega, guarda caso, al settore delle telecomunicazioni. Che esista il conflitto di interesse se n’è accorto anche il presidente della Camera Fini che è oggetto di attacchi sempre più violenti da parte del “giornale di famiglia”. «Mi pare che nel caso del Giornale – ha commentato – quello che conta non è la qualità del direttore, ma l’evidente conflitto di interessi in cui si trova il suo editore». Lo status di paese parzialmente libero non si limita al solo conflitto di interesse del premier, già di per sé grave e preoccupante per le ripercussioni che ha sull’assetto dell’intero settore televisivo nazionale, ma anche agli innumerevoli conflitti di interesse che riguardano l’editoria italiana. 
Grandi e piccole realtà giornalistiche, locali e nazionali, televisive, di carta stampata o radiofonica, sono, sempre più spesso, controllate da editori che rappresentano interessi economici e politici. Editori che utilizzano l’informazione per tutelare i propri interessi, non per fare giornalismo. Succede a Catania come in molte altre città italiane. E a farne le spese sono i cittadini che vedono compromesso il diritto, costituzionalmente garantito, alla libertà di stampa. La criminalità organizzata, infine, consapevole dell’importanza dell’informazione, non fa mancare il suo “contributo”. L’Italia ha pagato un enorme prezzo in termini di giornalisti uccisi per aver fatto il proprio dovere. Undici giornalisti uccisi in un paese in pace. Ma le mafie non uccidono solo con le pistole. Lo fanno con le minacce, con le intimidazioni. L’osservatorio Ossigeno per l’informazione, presieduto da Alberto Spampinato, ha contato più di quaranta giornalisti che hanno subito minacce nella sola Calabria nel 2010. In soli cinque mesi, in una sola regione. Sarà che in Italia c’è fin troppa libertà di stampa, come dice Berlusconi, però con i tempi che corrono è meglio evitare di scrivere di mafia e affari poco puliti, c’è il rischio che qualcuno ci accusi di infangare l’Italia. Un qualcuno che, tra le altre cose, è anche presidente del consiglio di un paese parzialmente libero.

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