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Una storia scritta sulla sabbia

Di Norma Ferrara il . Recensioni

 “Era il più giovane e il più promettente dei nostri corrispondenti. Faceva parte della generazione del Sessantotto. Visse con noi la straordinaria avventura di un cronista impegnato fino al punto di pagare col sangue la sua passione civile e il suo coraggio”. Così Vittorio Nisticò, ex direttore de L’Ora di Palermo, ricordava quella penna vivace e promettente che raccontava Ragusa e la Sicilia: Giovanni Spampinato.

Giovane cronista siciliano, Giovanni pagò con la vita la sua passione civile, la sua onestà e il suo coraggio il 27 ottobre 1972. Il suo assassino ha un nome e un volto: si chiama Roberto Campria, 31 anni, “rampollo debole e viziato” di un magistrato del tribunale di Ragusa. Ha alle spalle una vita tutt’altro che tranquilla. Di lui aveva scritto il giovane Spampinato perché sospettato di avere ucciso, il 25 febbraio di quell’anno, con un colpo di pistola alla fronte, un suo amico, l’ingegnere Angelo Tumino.

Le circostanze legate a questo duplice omicidio non sono mai state pienamente chiarite, rimangono custodite in un pentimento, quello di Campria, che non spiega abbastanza circa il contesto in cui maturò e venne eseguito quel delitto: estremismo neofascista, traffici illeciti internazionali, mafia. “A Ragusa i fatti, anche i più tragici – ricorda oggi il fratello di Giovanni, Alberto Spampinato, autore di “C’erano bei cani ma molto seri”- sono scritti sulla sabbia”.

 La storia di Giovanni dopo tanti anni di silenzi, rinasce in questo libro del fratello quirinalistadell’Ansa, che con rigorosa generosità regala ai giovani di oggi, e agli adulti di ieri , 291 pagine (edite da Ponte delle Grazie) dense del ritratto di una famiglia, del dolore di un fratello, rivisitate con l’occhio attento del cronista.

Trent’anni sono lunghi e Spampinato li ha vissutti in un silenzio pubblico che non gli ha impedito di annotare, in un angolo della mente e del cuore, tutto. Lo ha fatto meticolosamente, con pazienza, quasi come se attendesse di terminare un percorso interiore cominciato in quel tragico autunno 1972 e mai davvero completato. “C’erano bei cani ma molto seri”racconta con un linguaggio intenso e ricco una storia familiare, personale , intima, caratterizzata da alcuni sensi di colpa. Innanzitutto quelli che legano tutti i familiari di vittime di mafia: aver perduto i propri cari, non aver fatto abbastanza per trovare una risposta al perché di quella morte.

La storia di Giovanni Spampinato in questo libro è incorniciata dentro una lunga pagina di storia della Sicilia. La città di Ragusa è descritta a tinte forti, avvolta dal barocco, dal petrolio e da un’informazione appiattita dalla convivenza con i poteri forti e dalla convenienza, dall’opportunismo. Non solo, Spampinato svela molti misteri di una regione stretta fra trame eversive, post fascismo e maccartismo, attraverso la storia di una famiglia che è per la verità quella di due famiglie: una prima della morte di Giovanni, e l’altra dopo. E non sono state più lo stesso mondo per Alberto.

Quella di Spampinato era una famiglia di onesti lavoratori Il padre, Giuseppe, era stato un partigiano nella Jugoslavia del maresciallo Tito e aveva combattuto contro l’invasione nazifascista meritandosi il riconoscimento di “eroe della rivoluzione” da parte della Repubblica socialista. L’amore, la politica e la passione civile, tutto è condensato nelle speranze di tre ragazzi,Giovanni e Alberto e Salvatore,cresciuti al Carmine, un quartiere popolare a mezza costa fra Ragusa nuova e Ibla. Per loro, anche il marchio di aver creduto nel comunismo, di essere stati di sinistra in una terra in cui questa è considerata ancora una delle colpe peggiori. Peggio della mafia e della mafiosità.

Spampinato sfoglia l’album di famiglia, alternando domande e immagini: i viaggi all’estero con il padre, quelli in Sicilia su una cinquecento che Giovanni era riuscito a comprare racimolando qualche soldo dalle prime corrispondenze telefoniche con le testate regionali. L’arrivo del giornalismo con le sue regole, i suoi limiti, i suoi rituali e quel rigore degli anziani cronsiti verso i giovani. L’Olivetti e la mancata conquista del tesserino tanto agognato (arrivato poi solo postumo). Il Pci, la militanza dentro “Dialogo”, una palestra di democrazia dal basso e infinecollaborazione con L’Unità e poi L’Ora. Una strada percorsa due volte: prima con gli occhi di Giovanni, poi con quelli di Alberto.

Non c’è solo memoria dentro il lavoro di Alberto Spampinato. Ci sono pagine d’inchiesta e di testimonianza sull’ omicidio di un giornalista che scriveva troppo, convinto com’era che la realtà andasse interrogata, indagata, senza timori reverenziali. Dotato di una penna dallo stile fluido e incisivo, Giovanni in quegli anni scrisse notizie che erano in possesso di molti, ma venne lasciato solo. Questa solitudine lo condannò a morte, molto più della follia del suo assassino.

E’ in questa Ragusa  dal volto pavido di fronte ai poteri forti che Alberto Spampinato ha visto sbiadire, depistare e dimenticare la vita e la morte di suo fratello. Al di là di commemorazioni sterili e di facciata, quella di suo fratello è stata una storia scritta sulla sabbia delle coste ragusane, cancellata dalle onde e riapparsa, come accade con le impronte sulla riva, dopo la risacca.

 Mentre la storia di Giovanni si chiude, sotto gli occhi del lettore si dipana quella del fratello Alberto, il suo silenzio, il dolore, le difficoltà in famiglia. Poi la casuale partecipazione a una trasmissione televisiva in cui il giornalista parlò per la prima volta di Giovanni e infine il “21 marzo”, Giornata della Memoria e dell’Impegno di Libera. In quell’elenco troppo lungo di vittime della mafia compare anche il giornalista Giovanni Spampinato. Quel nome è per Alberto quasi come un pugno nello stomaco, che fa male ma che risveglia.

 Oggi Alberto Spampinato è l’animatore principale di un nuovo impegno di memoria e cambiamento all’interno della categoria dei giornalisti. Dalla Fnsi all’Ordine dei giornalisti, sino alla nascita diO2 – l’Osservatorio permanente sui cronisti minacciati e le notizie oscurate – quel percorso lungo e silenzioso è stato in grado di far nascere fiori sulle macerie.

Guarda qui l’intervista ad Alberto Spampinato tratta da “Il recensore”

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