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Milana Terloeva: prassi ed emozione

Di Valerio Graglia il . Recensioni



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Si chiama Milana Bakhaeva ma firma con
il cognome Terloeva. Originaria di Orechovo (Cecenia), ha vissuto
l’adolescenza durante i conflitti del suo paese con la Russia dagli
anni ’90 finchè nel 2003 è stata scelta da Etudes Sans
Frontières, un’associazione no profit che dà a molti giovani
provenienti da realtà tormentate dalla guerra la possibilità di
formarsi e studiare. Quindi è partita per il mondo libero, si è
laureata all’ l’Institut d’ètudes politiques de Paris , ha
pubblicato questa fantastica opera tra reportage giornalistico e
romanzo autobiografico. Ma nonostante le richieste di lavoro
prestigiose a seguito del libro ha scelto di ritornare a combattere
in Cecenia. Per la sua gente e la memoria che non può sparire questa
giovanissima giornalista (classe 1979) combatte una battaglia
decisiva: la libera informazione in territorio russo. Sembra aver
preso il testimone di Anna Politkovskaya nella battaglia che la
giornalista purtroppo scomparsa aveva intrapreso da tempo.

In
un teatro di guerra dimenticato da molti (senza retorica perché
davvero la situazione cecena è ignota alle masse) si svolge “Ho
danzato sulle rovine”: narra le vicissitudini e l’ esperienze di
una ragazza, in peregrinazioni tra Cecenia ed Inguscezia, la vita
passata dall’inizio della prima guerra cecena fino ai primi anni
del nuovo millennio. Parla delle operazioni di pulizia, delle
barbarie che accadono di continuo come se non esistesse un mondo
moderno e civile. Parla della demonizzazione da parte della Russia
verso i ceceni, considerati tutti “bestie”, tutti potenziali
terroristi anche quando si parla di bambini e adolescenti. Tutti
nemici. Riuscendo sempre però a tracciare un confine tra legittima
resistenza del popolo oppresso ed estremismi violenti inutili,
prodotti da povere anime che ora fanno il gioco del padrone.
Gli
avvenimenti, le storie ed i personaggi si inseriscono nella
narrazione con naturalezza. Subito si concretizzano dentro l’
immaginario e nei tanti racconti che incontriamo bastano poche righe
per renderli dai contorni ben definiti. Non solo perché sono
racconti veri e testimonianze di persone realmente esistite (come
detto in precedenza alla base c’è il lavoro di documentare e
spiegare), anche per la potente capacità narrativa dell’ autrice
che dà vita qui ad un ibrido letterario, vicino sì ad altri libri
no-fiction ed inchieste dove lo scrittore stesso è protagonista ma
sviluppato in maniera del tutto personale. Oltre la struttura del
testo, composta da tanti capitoli brevi, è personale l’evolversi
della narrazione che rimbalza tra presente e passato, tra fatti che
accadono a Milana e quelli che accadono vicino lei, ad altre persone.
Ti racconta una storia ed è come se tu la stessi ascoltando dal
vivo, con i rimandi, le precisazioni e le spiegazioni. Come pure le
parole taciute, la difficoltà nel riuscire a parlare di tutto.

In
certi momenti hai davanti agli occhi tante piccole dimensioni
private, dei microcosmi animati dai loro conflitti interni come il
resto degli uomini e donne del mondo, inseriti in un universo atroce
che devasta la terra cecena ed aspetta solamente che il popolo dica
basta. La guerra intesa come portatrice di morte biologica ma non
solo. Tenta infatti di annullare lo scorrere naturale del tempo, quel
fiume di tante piccole cose che cambiano noi stessi giorno dopo
giorno. Ed è proprio qui dove nasce la resistenza: non solo militare
ma anche morale. Quando tutto è perso quei microcosmi continuano la
loro incessante lotta e pulsano il loro istinto alla vita. Senza più
niente, ma con la volontà di non farsi sottrarre tutte quelle
piccole cose, per non essere disumanizzati ancora. Gi studenti
rischiano la vita e vanno all’ università di Groznyj; si
ricostruiscono le case anche se gli abitanti sanno di ritrovarle
nuovamente distrutte. Nessuno vuole perdere le tradizioni della cena,
dei matrimoni o del semplice stare insieme. Partendo dai piccoli
gesti quindi, che adesso appaiono come espressione di una ritualità
ancestrale. C’è di fondo la voglia di continuare ad avere una
propria esistenza anche quando non siamo noi a controllare le nostre
vite.
Spontaneo, emozionale ma anche schietto ed essenziale. Un
libro che riporta l’ importanza del ricordo necessaria reazione
pratica alla paura. Carica di speranza e voglia di contribuire al
cambiamento. Milana Terloeva testimonia perfettamente questi
sentimenti dando vita ad un’autobiografia, ad un documento sulla
guerra in Cecenia e ad un opera letteraria speciale.
E’
illuminante come anche parlando delle persone più care per lei, come
la nonna e la mamma (incantevole l’ode conclusiva), sempre con il
suo stile riesca a trovare la maniera più naturale e vera di
esprimere le sue emozioni.
Nonostante la vastità di testi
assimilabili a “Ho danzato sulle rovine”, poche volte come qui ho
avvertito la possibilità di capire non la guerra, ma le persone che
vi si trovano in mezzo. E più di altri testi ancora senza bisogno di
puntare il dito (solo quando necessario) spiega perché certe
situazioni sono guerra e non lotta al terrorismo, perché certi
leader sono più simili a criminali di guerra piuttosto che politici.
Complimenti.

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