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“L’isola che c’è. La Sicilia che si ribella al pizzo”

Di Gabriella Valentini il . Recensioni

Non poteva essere pubblicato in un momento più opportuno il volume di Filippo Conticello “L’isola che c’è. La Sicilia che si ribella al pizzo” (con prefazione di Tano Grasso, Round Robin Editrice): quel momento della storia siciliana che vede, insieme, la nascita e i successi di associazioni come Addiopizzo, l’impegno di Confindustria ad espellere gli imprenditori che cedono al racket, la nascita di “Libero Futuro”, la prima associazione antiracket a Palermo.

Sinergie positive che si cumulano in un circolo virtuoso e si traducono in una straordinaria reazione (non diciamo “riscatto” perché per quello si aspetta ancora la politica) del popolo siciliano all’offesa privilegiata dalle cosche per dominare il territorio. Il lavoro di Conticello ha dunque come primo merito quello di fare –in questo momento particolare- il punto su una storia quasi ventennale di soprusi e ribellioni, di documentare il lungo cammino che dal lontano 1991, l’anno in cui Libero Grassi moriva solo, ci ha portato fin qui.

Nelle 150 pagine si trovano allineate una dietro l’altra le storie di uomini che ad un certo punto – magari dopo un iniziale consenso – hanno detto no ai loro estorsori. Leggere così le loro esperienze tutte di seguito rivela la specularità dei due mondi che si affrontano: il bene e il male, la viltà e il coraggio, la mafia e l’antimafia. Entrambe siciliane. Un’ associazione organizzata ancorata alle istituzioni sta dietro gli attacchi più feroci e solo un’associazione organizzata ancorata alle istituzioni – come sono quelle antiracket nate in molte province siciliane – riesce a stare dietro le risposte più efficaci, le storie risolte con maggior successo.

Perché l’attività delle associazioni ha dimostrato che se la paura è contagiosa, altrettanto lo è l’orgoglio di chi non si piega, specie se non si deve necessariamente essere eroi o diventare martiri per farlo. In mezzo al guado le istituzioni stesse – cioè noi – strette tra i buoni e i cattivi, che si pronunciano in maniera ancora ambigua e disomogenea, variabile e non compatta, con l’arbitrio del “secondo chi trovi”: qui c’è il maresciallo che consiglia ad Andrea Vecchio di “trovarsi un amico”, là c’è la Dia di Catania che protegge come un angelo custode Nunzio di Pietro.

Tanti nomi, tante esperienze dolorose eppure sembra di leggere sempre la stessa storia: le telefonate minatorie (“… ritornai a casa e trovai la mia famiglia sconvolta. Era come se mi avessero ammazzato ed io stessi lì ad osservare i miei familiari piangere” racconta Mario Caniglia) e i danneggiamenti all’inizio; l’invito esplicito o implicito a cercare protezione; le richieste ossessive di denaro, privilegi, favori; le rappresaglie che seguono al rifiuto, in tutta la loro varietà: incendi, furti, risse e minacce per allontanare la clientela. Le storie del libro ci ricordano che il racket non è solo pretendere il pizzo, ma anche pilotare assunzioni, forniture, concorrenza: lo scopo non è solo quello di rastrellare soldi, ma soprattutto di impadronirsi delle imprese, di innestarsi nel tessuto sano dell’economia per farsi una posizione pulita e governare il territorio. Conticello non tace gli enormi costi a carico di chi non obbedisce e registra accuratamente i drammi cui si va incontro: Andrea Vecchio e i quattro attentati subiti in quattro giorni, Stefano Italiano e la paura di fermarsi a ogni semaforo, Bruno Piazzese e il suo pub incendiato tre volte che ancora aspetta i risarcimenti, Filippo Casella e l’infarto che tanta violenza gli ha procurato. E poi le malelingue, la propria intimità e gli amici che si perdono per sempre. Fino alla totale perdita di identità, come nel caso del “fu” Nino Miceli, che aspetta di morire per riprendersi il suo vero nome sulla lapide.

Costi per i singoli individui e costi per tutti noi: oltre ai sei miliardi di euro che l’Italia versa ogni anno al pizzo, i danni incalcolabili prodotti dalla frustrazione alla nascita di nuove imprese, a investimenti e ammodernamenti, e all’accesso di imprese straniere al mezzogiorno. Eppure nella stessa filigrana delle tragedie sta la via per il lieto fine: una legislazione efficace (come nel caso della L. 44/1999, che riconosce crediti anche a chi ha inizialmente ceduto al racket), istituzioni compatte, sollecite e preparate, e una cittadinanza consapevole, che usa strumenti come il consumo critico e si organizza dal basso, in silenzio, con ferrea lucidità e non sull’onda emotiva di stragi o episodi clamorosi, “a freddo”. Come Addiopizzo, esplosa in una notte, ma maturata dopo un banale esame sulla propria dignità di popolo.

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