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“Liberare l’Italia dalle mafie”

Di Gabriella Valentini il . Recensioni

Un aggiornamento e una riflessione di metodo sulla lotta alla mafia, così si potrebbe riassumere il contenuto di “Liberare l’Italia dalle mafie. Dialogo con Antonio Riolo”, 140 pagine impreziosite da 12 bei disegni di Bruno Caruso recentemente pubblicate da Ediesse.  Il saggio consiste in una lunga conversazione attraverso cui Francesco Renda – già autore di numerosi studi sulla storia siciliana – fa il punto sul processo di liberazione del paese dalle mafie. Incalzato dalle domande del sindacalista Riolo, Renda indica quanto finora si è fatto e non si è fatto nella lotta alla mafia dal punto di vista ideologico e politico.

Se la mafia si chiama mafia e non è più semplice criminalità, lo si deve ai rapporti che essa intrattiene con la società e con la classe dirigente, non con tutta la società e non con tutta la classe dirigente, ma con tutti i livelli della società e della classe dirigente. Quindi per liberarsi della mafia – per autoliberarsi- la lotta deve essere innanzi tutto politica e ideologica e non, come è accaduto finora, limitata all’azione di magistrati e poliziotti. Perché tutti i successi di magistrati e poliziotti in questi decenni, ci dice Renda, hanno ridotto la mafia alla clandestinità, l’hanno costretta al morso della legge, ma si tratta di un risultato positivo che tuttavia non ci ha liberato.

Il libro ha dunque il merito di ribadire la necessità dell’azione politica e la necessità della sua centralità come propellente dell’antimafia: idea non nuova, ma forse talmente scontata da essere spesso persa di vista. Se allora non si vuole aspettare la fine della mafia come fatto spontaneo bisogna fare di questa autoliberazione una materia di azione politica, occorre che essa sia organizzata in forma collettiva e programmata  – quello che storicamente non si è ancora mai verificato – secondo un progetto definito, una utopia (non nel senso di u-topo s= nessun luogo, bensì di eu-topos = buon luogo).

Si deve cioè soppiantare il consenso che continua ad alimentare la mafia, combattere quelle idee con altre idee. Ad oggi invece non ci manca solo l’eu-topia, un progetto che ci coordini e ci guidi, ma anche una adeguata conoscenza di quella cultura che deve essere spazzata via. A tale proposito Renda segnala l’impellente necessità di una nuova inchiesta parlamentare che ci faccia conoscere le mafia al di là dei rapporti giudiziari e delle cronache di sangue, che ci faccia entrare nei meccanismi profondi, che ci spieghi come è e come si espande, come si struttura e si stratifica, da dove trae il suo consenso. Una cultura di cui si sa ancora pochissimo, in cui dominano il possesso inteso come successo e il potere.

Allo stesso modo occorre che si indaghi su quella parte della società che della mafia non fa parte in senso stretto ma che con essa si connette, si salda. La storia ci insegna – ricorda lo studioso – che il potere di certe famiglie, un tempo ammesso alla luce del sole, ora è costretto alla clandestinità: il prossimo passo sarà dunque quello di prosciugare il brodo di coltura, la vasca in cui la piovra continua a vivere immersa.

 

 

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